Crediti formativi e certificazione delle competenze
Competenze, integrazione,
capitalizzazione sul versante dell’Isfol e della
scuola
Una mappa, per una percezione non aziendalistica del
significato di parole come "credito", "debito", "capitalizzazione",
"competenza".
di Mauro Levratti
1. Alcune idee forza - quali quelle di integrazione,
personalizzazione e valorizzazione dei percorsi formativi
individuali – oltre che linee guida di processi legislativi attuati o in
atto, costituiscono ormai termini di riferimento di concrete attività di
ricerca e progettazione che impegnano un numero crescente di scuole ed
insegnanti. Che si trovano a discutere e interpretare - nel quadro di
esperienze sperimentali d’integrazione e utilizzando gli spazi di autonomia
al fine di costruire percorsi formativi integrabili - termini ed approcci
propri di subsistemi diversi, che ormai si incontrano e in alcuni casi si
"confondono".
Può quindi essere di una qualche utilità abbozzare una
mappa che, sia pur in modo schematico e parziale, delinei l’articolazione
dei punti di vista che – nella prospettiva di una sintesi condivisa – si
stanno confrontando sul terreno della specificazione del significato dei
concetti di integrazione e competenza.
2. Nell’elaborazione dell’Isfol il concetto di competenza
esprime una "relazione" fra un soggetto e una specifica situazione. Non è
ricavabile né da una esclusiva analisi della natura tecnica dei compiti
lavorativi, né da una somma di conoscenze e capacità astrattamente
possedute. Scaturisce invece dall’analisi del "soggetto in azione", delle
risorse messe in campo e dal modo in cui esse sono combinate per
fronteggiare situazioni relazionali e professionali. E’ quindi un concetto
sistemico, un mix integrato di risorse dinamicamente combinate
nell’esercizio di attività lavorative.
2.1. Dal punto di vista funzionale il concetto di
competenza assume nell’impianto Isfol una duplice rilevanza: in quanto
codice di corrispondenza fra diversi subsistemi e come interfaccia fra mondo
del lavoro e mondo della formazione.
2.2. Sul primo punto. Nel quadro di una società
profondamente mutata nei modi di produrre, scambiare, comunicare, è sempre
più diffusa l’esigenza di una riforma dei modi di apprendere e trasmettere
il sapere, che superi la mono sequenzialità dei percorsi che attraverso la
scuola e la formazione professionale conducevano ad attività lavorative
fondate su profili definiti e stabili nel tempo, per dar vita a un sistema
che consenta la circolarità delle esperienze formative e sia quindi in grado
di corrispondere ad esigenze di manutenzione continua delle competenze.
L’innovazione proposta è realizzabile attraverso un
radicale mutamento del rapporto fra formazione e individuo, mutamento che
può darsi attraverso l’integrazione fra i diversi subsistemi e la
possibilità per ciascun soggetto di capitalizzare le esperienze formative
comunque acquisite nel corso della vita.
In un sistema integrato il riconoscimento dei crediti si
configura come l’ultima di una sequenza di fasi, che costituiscono, nel loro
insieme, altrettanti prerequisiti.
Affinché un credito sia esigibile sulla base di un
accordo fra le istituzioni che presiedono ai diversi subsistemi, occorre,
infatti, che ogni segmento di esperienza formativa o professionale sia
formalmente attestato. Per essere certificato, ogni segmento deve a sua
volta poter essere descritto (propone l’Isfol) come insieme di competenze e
unità formative. L’integrazione - fra scuola, formazione professionale,
università e lavoro – è quindi tanto più praticabile, quanto più ogni sub
sistema assume riferimenti omogenei, in termini di analisi delle competenze
e di organizzazione dell’offerta formativa, e definisce la propria offerta
formativa (corsi, moduli, ecc.) specificando il contributo che porta al
compimento delle competenze identificate.
Da qui la centralità del concetto di competenza, proposto
come entità di riferimento comune in grado di rendere leggibile, per ciascun
sub sistema, gli elementi della propria offerta (curricoli, moduli, stage…)
commisurandoli a un unico "metro" - la competenza – e di definire l’apporto
che i singoli elementi danno alla "misura" totale.
2.3 Sul secondo punto – la competenza come interfaccia
fra analisi del lavoro e proposta formativa - la rilevanza del concetto di
competenza deriva innanzitutto dalla constatazione che sempre più l’impresa
e il mercato del lavoro sono interessati a conoscere non solo e tanto cosa
ha fatto, o sta facendo, un lavoratore, ma cosa può fare, qual è il
suo potenziale d’impiego – l’occupabilità – nel medio lungo periodo e non
solo nel breve.Cioè quali competenze possiede, più che i percorsi
formativi frequentati o, ancor meno, i semplici "titoli" acquisiti al
termine degli stessi.
D’altro canto il progressivo venir meno di profili
definiti e stabili nel tempo, induce a concepire la professionalità
in termini non più "molari".
La figura professionale descritta come un unico "blocco"
non risulta articolata negli elementi - ambiti di attività e di competenza -
che la compongono. Ha quindi un carattere rigido e rappresenta un
riferimento concettuale scarsamente utilizzabile per strutturare un’offerta
formativa ispirata a criteri di flessibilità e modularità, che tenga conto
di domande ed esigenze differenziate.
Per questo il punto d’attacco, l’oggetto dell’analisi del
lavoro, è rappresentato da aree di attività – Ada – intese come
insieme di attività orientate alla produzione di un risultato, luogo in cui
vengono agite le competenze, sistema di riferimento di competenze da formare
e certificare.
La descrizione di un’Ada assolve essenzialmente due
funzioni: da un lato, definisce le competenze necessarie perché un soggetto
svolga i compiti in essa compresi; dall’altro, contiene le indicazioni di
massima necessarie alla progettazione di un percorso formativo relativo al
risultato di una specifica Ada e quindi dell’unità formativa corrispondente.
In questo senso il concetto di competenza si presta a
fare da interfaccia fra il mondo del lavoro – in quanto punto di arrivo dei
processi di analisi del lavoro – e il mondo della formazione – in quanto
punto di partenza per stabilire i risultati attesi dall’azione formativa.
2.4 Ai fini del percorso formativo le competenze sono
l’obiettivo di sequenze didattiche denominate unità formative
capitalizzabili(ufc), articolate in elementi – che non
sono base di capitalizzazione – e contenenti la specificazione dei
prerequisiti in ingresso, dei contenuti, della durata, del contesto e delle
modalità formative, delle modalità di valutazione.
Mentre un modulo – e le unità didattiche che ne
costituiscono il riferimento unitario minimo - è considerato uno strumento
interno di progettazione e programmazione didattica, l’ufc
risponde soprattutto a criteri di visibilità e certificazione esterni
al contesto in cui si sviluppa l’azione formativa. Per evitare un’eccessiva
frammentazione nella loro descrizione, le competenze sono così
convenzionalmente strutturate in ufc, vale a dire in un insieme
significativo e autoconsistente di competenze, identificabili e
riconoscibili quale risultato atteso dal mondo del lavoro e dal sistema
formativo.
Ai fini della progettazione formativa, l’Isfol distingue
fra competenze di base, trasversali, tecnico professionali.
Le competenze di base sono individuate attraverso
l’analisi dei requisiti di base per l’occupabilità e sono appunto
considerate requisiti per l’occupabilità, il diritto alla formazione e alla
cittadinanza. Sono saperi minimi indipendenti dai concreti processi
operativi. Assumono valenze di trasversalità, perché definite e descritte
non a partire da una determinata Ada, né da un compito o attività specifica,
ma a partire dalle dimensioni e dalle componenti fondamentali di saperi
organizzativi, legislativi, economici, linguistici; di trasferibilità, in
quanto utilizzabili anche al variare delle condizioni di contesto; e infine
di incrementabilità.
Le competenze trasversali derivano dall’analisi
del comportamento del soggetto nei contesti di lavoro. Sono quelle che
consentono di trasformare i saperi in un comportamento efficace in una
situazione specifica, di diagnosticare, relazionarsi, affrontare. Sono
cruciali ai fini della trasferibilità delle competenze da un ambito
professionale all’altro.
Infine le competenze tecniche professionali
derivano dall’analisi di concrete attività operative, connesse a determinati
processi lavorativi (Ada). Sono saperi e tecniche operative specifiche che
possono essere formate dal mondo scolastico, universitario, dalla formazione
professionale.
3. Anche sul versante della scuola, la competenza è
considerata snodo di sistema, elemento portante di un disegno di riforma che
si propone di mettere in rapporto aree formative tra loro da sempre
separate. E si rileva l’oggettiva connessione fra il tema delle competenze e
l’attuazione dell’autonomia, la riflessione sui saperi, il compimento della
struttura ordinamentale prevista dal riordino dei cicli.
Della ricerca a più voci avviata attorno a questa
connessione, solo alcune trovano spazio in questa mappa, che si limita a
segnalare la specificità di alcuni approcci in relazione a un territorio più
esteso di contributi. E a rinviare a una lettura più articolata degli stessi
contributi qui richiamati, così come alla necessaria individuazione dei
punti di convergenza, di divergenza e di problematicità.
3.1. Benedetto Vertecchi muove innanzitutto dalla
constatazione di nuove forme di analfabetismo di massa, coinvolgenti
soggetti che hanno fruito di un periodo anche considerevole di educazione
scolastica. A fronte di un nuovo mandarinato, capace di assumere decisioni
attraverso la padronanza di repertori culturali simbolici, si moltiplica il
numero di chi fruisce di una strumentazione comunicativa di livello
simbolico sempre più povero, rivolta più a condizionare i comportamenti
(specialmente quelli di consumo), che a sollecitare la comprensione.
Se per gran parte degli apprendimenti che si presentano
come acquisizione di informazioni, l’oblio interviene non appena
venga meno la circostanza esterna che funge da rinforzo, ad un quadro
culturale di riferimento per l’azione formativa costituito da un catalogo di
conoscenze (i programmi di insegnamento di derivazione ottocentesca),
occorre sostituire un quadro dotato di maggiore stabilità, definito
tramite competenze generali (innanzitutto lessicali, nell’ipotesi che
ad un lessico più esteso possa corrispondere una maggiore possibilità di
pensiero), concorrenti (di derivazione disciplinare o
pluridisciplinare), nazionali (che assicurino l’unità del sistema),
verificabili edefinibili, almeno in prospettiva, attraverso
standard minimi che favoriscano lo scorrimento fra indirizzi e
subsistemi. E, infine, che siano ancorabili ad una sintesi periodica –
operata da un’istituzione di alto profilo scientifico – del quadro di
conoscenze utili a comprendere la realtà contemporanea.
3.2 Roberto Maragliano prende invece le mosse dal
passaggio, introdotto dalla riforma, dalla logica centralistica del
"castello" a quella dell’autonomia, cioè della "rete". Dall’esigenza,
quindi, di elaborare il "lutto del programma" e di metter fine
all’"esercizio dell’ambiguità".
Mentre in una scuola centralistica e burocratica le
direttive potevano (dovevano?) essere dotate di ampie sfumature, favorendo
il confronto interpretativo da parte della "periferia" e comunque garantendo
al "centro" la possibilità di fornire l’interpretazione "corretta", nel
contesto dell’autonomia le direttive dovrebbero servire ad orientare
decisioni a carico delle scuole autonome, responsabili di fronte alla loro
utenza prima ancora che di fronte all’amministrazione. Le tavole delle
competenze dovrebbero quindi essere innanzitutto essenziali e molto
chiare, per consentire un ampio ventaglio non di interpretazioni, ma di
decisioni da parte delle scuole, comprese quelle relative al contesto (anno
e periodo dell’anno) entro il quale includere la trattazione degli argomenti
considerati in linea con le specifiche competenze. In gran parte le
competenze dovrebbero così essere terminali per i diversi cicli;
trasversali, da realizzarsi attraverso un uso delle discipline
finalizzato non a una riproduzione libresca di contenuti, ma alla formazione
di abilità e competenze di produzione socialmente riconosciute; di tipo
pluri o macro-disciplinare, relative ad aggregati di discipline non
rigidamente fissati.
3.3. Secondo Elena Bertonelli, la logica sottesa al
sistema formativo integrato che si sta costruendo – e che ha il suo fulcro
nella capitalizzazione delle varie esperienze di istruzione – è quella della
generalizzazione, articolata e non gerarchica, del successo formativo.
Realizzabile passando da un impianto selettivo a un impianto orientativo e
facendo leva su una didattica che assolva pienamente alla funzione di farsi
carico dell’apprendimento secondo i tempi e i ritmi di ciascuno.
La praticabilità di percorsi personalizzati presuppone a
sua volta chiarezza in ordine ai traguardi, identificabili non nel mero
possesso di determinati contenuti disciplinari, bensì nella loro
utilizzazione teorica e pratica in un contesto storico.
La competenza si definisce così come capacità di
utilizzare e padroneggiare una conoscenza fino a farne il punto d’origine e
di generazione di una spirale virtuosa di altre conoscenze e competenze.
Se i contenuti cessano di essere il mero fine del
percorso didattico, per ciò stesso viene meno quel carattere enciclopedico
che li ha finora caratterizzati e si rende possibile rivisitarli come
strumenti per formare competenze, attraverso una loro ristrutturazione in
termini di essenzialità e trasversalità. Individuando quei nuclei fondanti e
quelle categorie costitutive che, mentre rispecchiano dinamicamente gli
statuti disciplinari, ne consentono il necessario collegamento.
3.4. Franco Frabboni individua la possibilità e lo spazio
per la definizione del concetto di competenza, nel superamento della
contrapposizione tra disciplinarità e interdisciplinarità, tra
monocognizione e metacognizione, tra "saperi" sistemici ed ecosistemici.
Collega il concetto di competenza all’interazione
dialettica tra disciplinarità e interdisciplinarità, che la scuola della
Riforma è chiamata a realizzare se davvero vuol porre fine
all’enciclopedismo, al nozionismo, al mnemonismo.
Propone quindi una progettualità curricolare che formi
competenze facendo interagire l’assedelle competenze disciplinari -
monocognitive (le conoscenze e i linguaggi), metacognitive (le padronanze
logiche e metodologiche), fantacognitive (le capacità euristiche ed
estetiche) - e l’assedella trasversalità, via via più impegnativa,
della multidisciplinarità (quando un argomento/tema disciplinare, un’unità
didattica, riceve un apporto monocognitivo da altre materie "affini"), della
interdisciplinarità (quando un argomento/tema oppure un oggetto di ricerca
extracurricolare ricevono un apporto mono e metacognitivo da altre materie,
affini o non) e della transdisciplinarità (quando un oggetto di ricerca e
extracurricolare riceve un apporto dall’intero sistema disciplinare:
mono-meta-fantadisciplinare).
3.5. Lucio Guasti muove innanzi tutto dalla convinzione
che lo spazio di ricerca della scuola sia fondamentalmente relazionale e che
la didattica debba rivolgere la propria attenzione alla relazione, non solo
al contenuto in quanto tale.
Centrando il modello di organizzazione del sapere sugli
apprendimenti e non sulla logica interna propria di una forma culturale, la
scuola può diventare luogo di esperienza in cui il curricolo non è dato, ma
si costruisce come percorso di vita, luogo non di simulazione, ma vitale.
La crisi quantitativa dei contenuti induce a pensare la
formazione di base non come gruppo di contenuti, ma come insieme di processi
dinamici caratterizzati da una essenziale connotazione operatoria:
sperimentare, comprendere, valutare e decidere. Se queste competenze, queste
abilità e capacità fondamentali, associabili a diversi contenuti,
riconoscibili e incrementabili, diventassero criterio per l’organizzazione
del modello operativo del curricolo, si avrebbe certamente una
diversificazione assai forte del suo impianto rispetto alla struttura
disciplinare classica.
Sul piano metodologico, è nel rapporto teoria/pratica,
conoscenza/verifica, informazione/valutazione, esperienza/decisione che
andrebbe costruita la dinamica dei nuovi curricoli.
Per quanto concerne infine il problema della selezione
dei contenuti, se a livello nazionale si opterà per l’indicazione di sole
aree di riferimento, sarà allora prerogativa di ciascun istituto collegare
l’esperienza dei soggetti ai particolari contenuti specifici che possono
diventare per loro realmente significativi. Fondando la significatività
dell’esperienza sulla responsabilità diretta di coloro che quell’esperienza
costruiscono e vivono.
Se la significatività dei contenuti fosse invece
assegnata dall’esterno, ancora una volta la formazione si ridurrebbe a forme
di cultura di conoscere.
3.6. Essenziale – per Saul Meghnagi- è cercare di capire
come la conoscenza operi in situazioni concrete, sostenga percorsi di
azione, favorisca processi di decisione. Essendo le attività educative
connotate da una complessità di legami fra ambiti diversi, è difficile
stabilire gerarchie (ad esempio fra competenze di base e
professionalizzanti) e il dato prevalente è costituito dalle varie
interrelazioni e dalla loro dinamica.
La nozione di competenza va studiata per capire come le
persone siano in grado di mutare e di valutare le forme e i modi con cui
realizzare la propria crescita. Superando l’alternativa tra valore della
teoria e valore della pratica, poiché ogni acquisizione teorica ha
implicazioni pratiche e ogni abilità pratica muove da una teoria. Uscendo
dal circolo vizioso tra requisiti e prerequisiti, se si assume come
riferimento una situazione e le richieste cognitive che questa pone, a
prescindere dall’ordine gerarchico con cui le discipline hanno organizzato
le conoscenze. Superando infine il dilemma tra conoscenze generali e abilità
specifiche, perché le competenze sono generali se consentono di risolvere
problemi e prendere decisioni in più contesti specifici.
In questo senso la competenza è una conoscenza
contestualizzata ed è sempre una competenza di campo.
La pedagogia ha prioritariamente studiato i processi di
apprendimento in ambito scolastico, delimitando un campo che solo di recente
sembra aprirsi ad altri soggetti e ad altri luoghi. Le esperienze di
formazione e lavoro legate al sistema scolastico si sono diffuse, ma le
attività professionali ancora non interagiscono, né entrano a far parte a
pieno titolo del normale curricolo di studio. Con la conseguente
sottovalutazione delle opportunità di riconciliazione con la formazione, che
le esperienze lavorative potrebbero offrire.