MATERIALI

RIFLESSIONI SU ESPERIENZE
DI EdA NELLE CARCERI

 
 


 

Esperienza di insegnamento:
metodologia educativa e strumenti didattici

di P. Valeriani
(tratto da "Percorsi", dicembre 1997)

 
 
 

Solitamente si dice: il carcere di per sé non è educativo. Lo si dice ovviamente nel senso che non propone delle modalità di promozione della persona, se non qualche volta in forma assai sfumata, ma soprattutto perché mette in atto delle situazioni che pesano invece sulle persone troppo spesso in modo negativo. E' proprio nella filosofia di fondo del carcere, filosofia della coercizione, che noi troviamo la negazione della validità educativa. Il sistema penale è un sistema che tende a determinare i comportamenti dell'uomo mediante la coercizione o la paura che deriva dalle modalità con le quali la si esercita, il carcere per esempio. Vi è però un altro grande strumento per orientare i comportamenti, che voi conoscete bene, la scuola, il sistema educativo cioè, che invece è fondato sulla persuasione.

Vi invito a riflettere sul fatto che coercizione/persuasione non sono, come a noi sembra, due opposti; possono entrambi schierarsi dalla stessa parte. Noi li opponiamo nella nostra mente volentieri, come due contrari, ma la persuasione può avere una valenza sottilmente coercitiva; e in questa valenza coercitiva si esprime una forma, una modalità soffice di controllo sociale. E forse questa forma e modalità di controllo sociale è una funzione imprescindibile dell'attività educativa.

Allora, diciamo, se pur anche in modo soffice, noi comunque siamo per il detenuto dall'altra parte, è chiaro che dobbiamo in qualche misura valutare in che modo noi stiamo dall'altra parte, in che modo noi costituiamo, o in che misura noi entriamo a far parte dell'ambiente, apportandogli un contributo che lo definisca in modo diverso da come esso era prima che vi entrassimo. Conseguenza di questa nostra valenza e collocazione è che troppo spesso il detenuto ci concepisce strumentalmente all'interno della contrattazione detenuto/carcere nel suo insieme, in relazione alla società, all'esercizio di un ruolo e a una funzione di mistificazione dei reali rapporti di forza  esistenti nel carcere che noi andiamo a ricoprire. Ecco perché, io penso, noi si debba stare molto attenti a rispettare la libertà di scelta delle persone che abbiamo di fronte e a cercare invece di stimolarla e valorizzarla.

 Credo ora sia chiaro quanto sia importante riflettere sulla nostra partecipazione consapevole alla ridefinizione dell'ambiente in cui andiamo ad operare. Se quest'ambiente è vissuto dalle persone che abbiamo davanti come un insieme che complessivamente si rivolge a lui e lo opprime, che cosa ci stiamo a fare noi lì? Siamo in grado di dire qualche cosa che ne modifichi la valenza negativa? Anche se probabilmente la risposta è no, dobbiamo porci il problema. Perché, se il carcere non è educativo di per sé, non vuol dire che non incida fortemente sugli atteggiamenti, sulle convinzioni, sulle prospettive comportamentali delle persone. E allora determinare in qualche modo quello che è l'ambiente vuol dire acquistare una nostra incisività.

Affrontare il problema dell'ambiente nel suo insieme vuol dire cercare intanto di metterlo a fuoco, cercare di definirlo com'è. Il carcere ha determinati effetti di tipo psicologico, ci sono stati già presentati attraverso la descrizione di una sperimentazione condotta in un'università americana con la tecnica della simulazione della realtà,  che ha dato degli esiti talmente realistici da costringere gli sperimentatori a sospenderne la prosecuzione. Conoscerli ci rende consapevoli di quelle che possono essere le azioni o reazioni di tutti coloro che compongono il microcosmo carcerario, e anche le nostre, ma non ci dà degli strumenti effettivi per incidere sull'ambiente, se non nella misura soggettiva in cui noi possiamo correggerci. Mi sembra utile e necessaria allo scopo un'interpretazione sistemica del carcere, un modo di vedere che ci consente di proporci con una capacità di incidere più decisamente sulla realtà carceraria o, almeno, con maggiori possibilità di successo. 

Un sistema è una pluralità di elementi coordinati fra di loro, in modo da formare un complesso organico. Il complesso organico di un sistema - può essere un sistema sociale, un sistema biologico, il nostro corpo, per esempio, può essere un sistema elettronico - è sempre soggetto a determinate regole, regole direi quasi di vita; e gli elementi che sono coordinati in sistema si muovono in base alla circolazione dell'informazione essenziale al sistema. Ecco, tenete presente questo aspetto dell'informazione essenziale al sistema, perché tutti coloro che lavorano in carcere, coi quali ho avuto a che fare anche e soprattutto in attività formative, dicono che all'interno del carcere non circola informazione. All'interno del carcere circola, invece, informazione essenziale alla sopravvivenza del carcere, attraverso una serie di strumenti di comunicazione che non sono soltanto la voce, le parole, i documenti scritti, ma sono anche le cose, i cancelli che si aprono e che si chiudono, le guardie che si incontrano ad ogni cancello, per esempio; tutto l'ambiente comunica.

Voglio per inciso portarvi ad esempio un fatto veramente accaduto, che dice che cosa sia l'informazione essenziale in un carcere. Voi sapete che per legge l'assistenza ai tossicodipendenti detenuti in carcere è compito dei servizi pubblici territoriali, i SERT, servizi per le tossicodipendenze. Ogni Sert, nell'ambito territoriale nel quale esiste un carcere, potenziato con personale aggiuntivo, deve organizzare un presidio interno. Gli operatori Sert in carcere (mi riferisco all'esperienza della Regione Emilia Romagna, che conosco direttamente) intervengono come operatori di secondo livello su indicazione degli operatori penitenziari, sanitari o a valenza educativa e sociale, educatori o assistenti sociali. Loro compito è predisporre programmi terapeutici e socio-riabilitativi che, mediante l'applicazione di una misura alternativa alla detenzione, saranno attuati all'esterno del carcere. Uno di questi operatori (era il responsabile dell'équipe del carcere di Bologna, formata da cinque persone) si trovò nella necessità di sistemare fuori dal carcere un detenuto tossicodipendente dimesso, perché affetto da AIDS in uno stadio in cui non era più compatibile la sua permanenza in carcere. Non trovando nessuna  collocazione, lo ospitò provvisoriamente in un appartamento di sua proprietà, vuoto, in cui aveva abitato la madre. Durante la notte il tossicodipendente subì una perquisizione di polizia, fu trovata "roba" in suo possesso e fu riportato in carcere. Il giorno successivo , durante un colloquio terapeutico con lo stesso tossicodipendente, tre agenti di polizia penitenziaria hanno fatto irruzione nell'ambulatorio, hanno invitato l'operatore a seguirli, lo hanno portato di fronte al comandante delle guardie, il quale in modo formale ha incominciato un interrogatorio: "Lei come si chiama, chi è, cosa fa in questo luogo", tutte cose che conosceva benissimo. Al di là del significato letterale, parole e comportamenti comunicavano chi detenesse potere e ragione, e chi subordinazione e torto. L'operatore fu sospeso dall'incarico sino al chiarimento delle cose. Ora ecco cos'è l'informazione essenziale, e questo ci dice anche qual è la valenza effettiva dell'attività che si compie in carcere, qual è il termine di confronto col quale un'attività educativa, un'attività di promozione della persona deve in carcere scontrarsi.

Riprendiamo qui il discorso di come si comporta un sistema e quindi anche il sistema carcere, così potremo capire chi siamo noialtri quando entriamo in carcere. Già si è detto che il carcere è un sistema aperto, in quanto ha scambi con l'esterno, che esiste un confine, il muro di cinta, ma che il vero confine sono le norme che consentono a determinate persone, a qualsiasi titolo, di entrare oltre il muro e di uscirne. E abbiamo anche detto che i confini sono fatti per essere superati. La relazione fra il carcere e la società è poi anch'essa una relazione sistemica. Massimo Pavarini ha descritto storicamente l'evolversi del confine reale del carcere. Chi opera in carcere e chi dirige il carcere in particolare, molto spesso ha la sensazione di essere assediato da una realtà che gli viene da fuori: cambiano le norme, cambiano le situazioni sociali. Il carcere si riempie di extracomunitari o di mafiosi e i problemi diventano un assillo continuo. Ogni sistema aperto è sempre alla ricerca del proprio equilibrio omeostatico, sempre cerca di recuperare l'equilibrio sul quale ha vissuto nel momento in cui qualche cosa di nuovo viene a colpirlo. In sostanza il carcere come complesso organico tende a rimanere se stesso. Allora ogni volta, come ogni sistema aperto, avendo degli scambi con l'ambiente esterno, attua dei processi interattivi di controllo degli elementi in entrata. Gli elementi in entrata vengono definiti, nella teoria sistemica, "interferenze". Quando, con la legge del '75, furono introdotte le misure alternative alla detenzione e all'interno del carcere entrò una nuova figura professionale, l'educatore carcerario, la sua introduzione fu un'interferenza. Quando si elaborò la stessa legge non solo si cercò di introdurre anche il mondo esterno nel carcere, gli EE.LL con compiti precisi, le Regioni, il volontariato: c'era la speranza che questo insieme di interferenze fosse in grado di modificare l'ambiente, il sistema all'interno del quale queste interferenze giungevano.

Il concetto di interferenza è un concetto complesso; per semplificare un po' le cose e spiegarmi meglio, cerco sul dizionario (sullo Zingarelli) che cosa vuol dire interferenza, e  trovo queste definizioni:

"Fenomeno per cui due onde luminose o sonore, incontrandosi, possono elidersi a vicenda".

E, se tu pensi, immediatamente hai l'impressione che questo concetto di elisione, di elidere, sia presente nel carcere nel momento in cui tu introduci un'interferenza: l'interferenza può eliderti. Voi pensate ai contrasti che sono sorti fra il personale penitenziario a valenza educativa, come gli educatori o gli assistenti sociali, e gli agenti di polizia penitenziaria, che hanno avuto la sensazione di essere tagliati fuori, la sensazione che la loro valenza fosse negata, distrutta.

Seconda dizione: "Interferenza: incontro di fatti, idee, attività, interessi, che si sovrappongono intralciandosi a vicenda". Questo poi è presente nel modo più assoluto, questa sensazione che il tuo lavoro intralci il mio, che costituisca un intralcio, questa è la sensazione più comune che si è verificata con l'introduzione di nuovo personale, di nuove attività all'interno del carcere, come quando voi insegnanti siete entrati a fare il vostro lavoro in carcere.

Terza definizione: "Ogni mutamento di una lingua determinato dal contatto con un'altra". Questa che è un'interpretazione linguistica, però ci dice che l'interferenza sempre interagisce con le caratteristiche dell'ambiente interno al sistema, operando dei mutamenti. E questi mutamenti, per il principio dell'omeostasi, cioè per le reazioni che mette in atto il sistema, possono essere più o meno significativi, perché il sistema può rigettare l'interferenza (ti caccia fuori), può addomesticarla, cioè ridurla al proprio denominatore di attività, ed è quello che è avvenuto in gran parte per le nuove figure professionali che sono entrate in carcere. Può invece adattarsi con mutamenti, che sono però più o meno significativi a seconda della consistenza dell'interferenza, e quindi in relazione all'interferenza stessa. Qualche mutamento c'è stato: stanno in questo momento, per esempio, aumentando - e ne è una prova il convegno, il seminario che stiamo qui conducendo - le scuole medie, le scuole medie superiori all'interno del carcere, forse non è ancora una cosa quantitativamente rilevante, però è vero che nuclei qui e là, a partire da Alessandria, dove la scuola per geometri è di antichissima data, antichissima, dico, proprio una quarantina d'anni, si stanno formando.

La quarta cosa che può succedere è che il sistema soccomba, il che non è certamente stato il caso del carcere con i mutamenti che sono sopravvenuti. 

Ecco questo è il sistema, e questo che cosa significa? Significa che noi, se consideriamo il carcere in questo modo, e consideriamo che noi costituiamo un'interferenza per l'ambiente, e in modo consapevole gestiamo quest'interferenza, per esempio collegandoci alle altre figure professionali che hanno un'identica valenza, gli educatori, gli assistenti sociali del carcere, oltre che fra noi (c'è anche uno scollamento fra docenti di scuola media, delle "150 ore", della scuola di base e dell'alfabetizzazione), possiamo incidere sull'ambiente modificandolo anche significativamente.

Non sto parlando di un collegamento di tipo associativo, o sindacale, o corporativo, sto parlando di un collegamento all'interno degli istituti al fine di valutare e organizzare in modo più significativo la presenza della valenza promozionale delle persone all'interno del carcere, con tutte le difficoltà che questo può avere, ma con una maggiore capacità dialettica di confrontarsi con gli altri e di proporre in modo sempre più autorevole la propria presenza all'interno dell'ambiente carcerario.

Tra l'altro devo dire che gli operatori del trattamento penitenziario di solito vivono la loro difficoltà con una forma di forte frustrazione, e gli operatori invece che entrano dall'esterno, hanno la sensazione di potere sfuggire, nella misura in cui riescono a crearsi uno spazio autonomo di lavoro all'interno del carcere, a quelli che sono i condizionamenti che il carcere produce. Ma poi si rendono conto che non è così, perché gli intralci sono continui, ogni conquista anche organizzativa va sempre riconquistata giorno per giorno e riaffermata giorno per giorno; nella misura in cui cercate di uscire dal vostro bozzolo per contattare qualche altra persona che opera all'interno del carcere, vi trovate delle forme di divieto continue, vi vengono negate quelle che sono le informazioni necessarie; non arriva un detenuto, chiedete perché non è arrivato, vi rispondono: "Ma, non è venuto"; dovete aspettare che ritorni eventualmente, se volete, per poterglielo chiedere. Non sono, queste, piccole disfunzioni, ma il Sistema con la S maiuscola che funziona.

Dobbiamo ora chiederci che cosa noi andiamo a fare in carcere. Perché se la nostra attività non dice niente di suo e nulla aggiunge alle forze in campo, proporre una nostra partecipazione alla ridefinizione dell'ambiente non ha molto senso. Non dimentichiamo che senza questa partecipazione è la nostra attività stessa che non ha molto senso.

Le condizioni per un'efficace attività educativa e di insegnamento in carcere stanno entro l'ipotesi che ciascun detenuto sia in grado di elaborare un progetto di vita socialmente positivo in cui la nostra offerta possa essere vista come un momento utile. Sembra un controsenso, ma il contributo che l'attività educativa può offrire è proprio relativo alla promozione di una progettualità delle persone che vi partecipano. Ciò che un momento fa si è definito un presupposto diventa il fine dell'attività educativa.

Lo sforzo coordinato che gli insegnanti possono produrre è relativo a costruire con gli allievi questa attenzione a un proprio progetto di vita. Ciò a partire dai corsi di alfabetizzazione di base, nei quali è possibile utilizzare meglio che altrove la metodologia del dibattito.

Dico brevemente, per non dilungarmi troppo, di questo unico strumento di lavoro, lasciando poi spazio e tempo per discuterne di altri nel corso del seminario.

Il dibattito, cioè la discussione di argomenti in un gruppo, comporta una funzione particolare dell'insegnante, di razionalizzare i problemi che via via emergono, piuttosto confusamente spesso, e di ributtarli sul tappeto stimolandone l'approfondimento. I partecipanti al dibattito hanno il compito di seguire lo sviluppo tematico nel corso della discussione, abituandosi a pensare in progress, costruendosi così una capacità di pensare sempre più a fondo le questioni sulle quali si sta lavorando.

I temi posti in discussione devono essere inerenti alle esperienze di vita dei partecipanti, ivi compreso quanto attiene alla condizione della carcerazione. Ciò crea una situazione difficile da gestire nei rapporti con l'amministrazione penitenziaria, che non può essere sottaciuta e che comunque deve essere affrontata con equilibrio sul piano della consapevolezza critica della dialettica interna ai sistemi.