Rimarrete sicuramente delusi perché un penitenzialista non può
dir nulla su questa materia.Ci ho pensato un po', ma non è stato scritto
nulla sull'educazione. C'è una norma sola, che compare nell'ordinamento,
poco disciplinata sul piano esecutivo; è una vera miseria, non la darei
neanche come tesi ai miei studenti, perché non avrebbero materiale
su cui elaborare alcunché. L'unico riferimento, voi sapete, è
l'art.19 della Legge penitenziaria, la 354/75, che semplicemente individua
all'interno del trattamento tre modalità che sono vecchie come è
vecchio il carcere: il lavoro, l'educazione e la religione. Una di queste
modalità, appunto, è l'educazione.
In questo senso l'ordinamento del 1975 non innova nulla del passato; direi
che, per quanto la mia memoria e l'analisi storica mi sorreggono, le tre modalità,
educazione, lavoro e preghiera sono ascrivibili al patrimonio cromosomico
del carcere quando sorge. Direi che è una delle cose più vecchie
che il carcere ha e ha sempre avuto. Ora non c'è bisogno di fare grossi
sforzi per capire che storicamente le ascendenze trattamentali che si fondino
sul lavoro, sulla preghiera, sullo studio sono intuitivamente, direi, ascrivibili
alla disciplina conventuale. Il recepimento di questa tradizione conventuale
avviene ad opera dell'esperienza quacchera americana, la quale ha sulla propria
coscienza la responsabilità d'avere inventato questo oggetto che si
chiama il carcere; successivamente il testimone è significativamente
passato al positivismo progressista della seconda metà dell'Ottocento.
C'è quindi una continuità in questa modalità di trattare
gli uomini che significativamente attraversa culture religiose e culture laiche.
E a questo punto va detto in maniera molto chiara che c'è una contraddizione
di fondo (voi la scoprirete se andate in quell'ambiente e comunque è
meglio che in qualche modo vi riflettiate prima) che è ineliminabile,
che in qualche modo appartiene all'origine stessa di quell'istituzione in
cui operate, che è la prigione. Voglio dire che il modello educativo
inserito in una pratica di "sequestro istituzionale", come appunto è
la pratica carceraria, in qualche modo evidenzia un'antinomia che potrebbe
essere questa: da un lato essa si fonda sulla pratica disciplinare, su quella
che voi ben conoscete, la categoria foucaultiana della disciplina; la modernità
prende dal passato l'idea che il metodo migliore per "addomesticare" (è
l'unico modo in cui riesco a tradurre il termine inglese management)
gli uomini sia appunto quello di sottoporli ad una pratica disciplinare che
è fondatamente fatta sul lavoro, sulla preghiera, sullo studio. Così
si educano i bambini, hanno provato anche a curare i matti, più o meno
è la stessa storia. Questo è ciò che Foucault direbbe
che fa parte dei contenuti della pratica disciplinare, e nulla di male che
lo si faccia anche in carcere.
Dall'altro lato, però, il momento dell'istruzione, del far scuola,
si ascrive anche in una diversa lettura, una lettura che è dominata
da quello che io dico - e cerco di spiegarmi - dal paradigma del deficit.
Cos'è il paradigma della mancanza?
II paradigma della mancanza è quello secondo il quale l'azione "deviante",
rispetto evidentemente all'immagine virtuale di normalità, ci induce
a ritenere che questa azione deviante, e soprattutto colui che l'ha agita,
cioè il portatore, sia in qualche modo eziologicamente da imputare
alla mancanza di qualcosa da parte dell'agente. Meno opportunità, meno
educazione, meno risorse, meno cultura, forse anche meno intelligenza, meno
carattere, meno volontà. Ergo, se questo paradigma lo assumiamo, la
risposta sociale più appropriata è cercare di colmare quel deficit:
offrire più opportunità, offrire risorse, aiutarli nell'istruzione.
Insomma, detto come va detto, dietro la pratica trattamentale fanno nel contempo
capolino sia una volontà brutalmente disciplinare di addomesticamento,
di management degli uomini o di dressage dell'uomo, come si educano i cavalli,
e dall'altra parte c'è anche una vocazione promozionale. Detto in termini
giuridici, con quel linguaggio un po' incomprensibile, diciamo, che il secondo
capoverso dell'art. 3 della Costituzione finisce per dover andare a "braccetto"
con le necessità di difesa sociale. È l'interpretazione che
i giuristi dicono si debba dare alla funzione rieducativa della pena; in uno
stato democratico, di democrazia sociale come il nostro, la funzione rieducativa
viene in qualche modo ispirata dal principio cardine dell'art. 3, ove la constatazione
che l'ordinamento fa della disuguaglianza sostanziale dei cittadini si accompagna
all'impegno di rimuovere quelle contraddizioni, quegli ostacoli che impediscono
l'uguaglianza effettiva dei cittadini.
Ecco, se anche la funzione educativa è lumeggiata evidentemente da
questa visione di promozione sociale, educazione in carcere vuoi dire null'altro
che aderire al paradigma del deficit, credere che effettivamente il detenuto
sia un soggetto che per la sua storia soffra di qualche mancanza (di socializzazione
primaria direste voi, di cattiva educazione, di cattive amicizie come si diceva
una volta) e che comunque vada aiutato, vada colmato in ciò che manca;
in fin dei conti poi la risocializzazione - questa parola bruttissima - non
vuoi dire null'altro che colmare un deficit. Ecco, allora diciamolo: quando
voi opererete in carcere come docenti, opererete su questa contraddizione,
sarà difficile che la sciogliate, non la scioglierete affatto, è
impossibile risolverla perché fa parte proprio del carcere. Quindi
diciamo che la pena nel luogo in cui voi andate a lavorare, la pena carceraria
è figlia di uno sconveniente matrimonio, uno di quei matrimoni che
non si dovevano fare, ma che poi si fanno, che consiste nel far del bene,
colmare un deficit, ma attraverso l'inflizione di una sofferenza intenzionalmente
data, che è la pena legale. Se siete capaci di risolvermelo voi?
Ora è possibile che uomini pratici e di buona volontà possano
anche dire: va be' tutta filosofia, andiamo al sodo. Se non possiamo fare
a meno della galera, cioè come dico io se non siamo capaci di liberarci
neppure dell'idea di pensare che si possa governare il mondo senza dare sofferenza
intenzionalmente, almeno attraverso il trattamento abbiamo inventato un balsamo
per mezzo del quale possiamo umanizzare i castighi, insomma facciamo qualcosa:
la pena c'è, la sofferenza c'è, non siamo noi che possiamo evidentemente
farne a meno, certamente le pratiche trattamentali, attraverso la pietosa
bugia del deficit, possono lenire con un balsamo le ferite che noi intenzionalmente
facciamo sul corpo dell'uomo.
E qui è il vero punto della questione: tutta l'idea del trattamento,
e l'idea quindi anche dell'umanizzazione dei castighi, e quindi delle pratiche
trattamentali finalizzate alla rieducazione come intento pedagogico di rimozione
del deficit, si reggono su un'idea che è invece proprio astratta; nessuno
è andato a misurarla, se non appunto chi l'ha sofferta. Cioè
quell'idea secondo la quale la pena privativa della libertà, la galera,
sia fondamentalmente una sofferenza dello spirito; che sia qualcosa d'altro,
di radicalmente diverso da quello che prima aveva segnato infelicemente la
storia della parte peggiore dell'uomo, che era la pena corporale. Io metto
in dubbio che questo sia vero. E se così non fosse? Se il carcere fosse
ancora l'unica e sopravvissuta pena corporale, sarebbe significativa una strategia
volta all'umanizzazione di questa sofferenza, a porre dei limiti a una sofferenza
ancora del corpo, data intenzionalmente?
Leggo due righe - non sono mie, anche se la sintesi è mia - che ho
sempre trovato di grande suggestione. Queste poche righe attribuibili alla
penna di un noiosissimo medico penitenziario francese, un certo Gonin, che
ho direttamente conosciuto, del quale di tutto al mondo si può pensare
eccetto che gli sia mai entrata in testa l'idea che si possa fare a meno della
galera: è un buon reazionario, ci crede e poi non si è mai posto
molto il problema, però è un medico, ed ha lavorato tutta la
sua vita sulle sofferenze dei galeotti e le ha descritte.
La sua descrizione, che credo sia uno degli atti d'accusa più grossi
contro il carcere scritti ultimamente e che sostiene fondamentalmente come
tesi finale "la prigione è una pena corporale, non c'entra niente lo
spirito, serve per fare male alle carni", è significativa perché
chi lo afferma non lo dice affatto con intenzionalità eversiva rispetto
all'istituzione, ma come constatazione che quel suo sapere da medico, dopo
trent'anni di lavoro dentro un carcere, è in qualche modo costretto
a riconoscere. Nel bel libro La santé incarcérée.
Medicine et conditions de vie en détention, scritto da questo noiosissimo
Gonin (che però come tutte le persone noiose scrivono delle cose fantastiche,
proprio perché non c'è senso d'ironia in quello che dicono,
e quindi ciò che dicono è terrorizzante) leggiamo i sintomi
della trasformazione dei sensi della carne imprigionata.
Circa un quarto degli entrati in prigione soffre già dai primi giorni
di vertigini: l'olfatto viene prima sconvolto, poi annientato nel 31% dei
detenuti; entro i primi quattro mesi un terzo degli entrati dallo stato di
libertà soffre di un peggioramento significativo della vista, fino
a diventare con il tempo "un'ombra dalla vista corta", perché lo sguardo
perde progressivamente la funzione di sostegno della parola, l'occhio non
si articola più alla bocca. Il 60% dei reclusi soffre entro i primi
otto mesi di disturbi all'udito per stati morbosi di iperacutezza; il 60%
fin dai primi giorni soffre la sensazione di "carenza di energia"; il 28%
patisce sensazioni di freddo anche nei mesi estivi. L'implacabile documentazione
del corpo martoriato del recluso non si ferma a questo solo: tre patologie
sono sovrarappresentate tra gli uomini privati della libertà rispetto
a un campione di riferimento di uomini liberi: la dentaria, la dermatologica,
la digestiva; al momento dell'ingresso in prigione la patologia digestiva
(dice Gonin:"II detenuto è un tubo digerente, anzi è un buco")
segue immediatamente alla patologia dermatologica e a pari grado con la patologia
che riguarda l'apparato dentario e poi polmonare. Dopo sei mesi le affezioni
della pelle diminuiscono di numero, le turbe del tubo digerente accompagnano
nella loro crescita i disturbi delle vie respiratorie (28%) ponendosi al secondo
posto dopo la patologia dentaria. Ma il martirio del corpo incarcerato continua:
Gonin ci accompagna in altri e più profondi gironi dell'inferno carcerario:
ci parla degli "ingoiatori" che usano il proprio intestino come ripostiglio
(fino a tre chili di materiale vario estratto chirurgicamente); poi la vocazione
diffusa per la bocca edentata in seguito anche a una domanda ossessiva per
l'estrazione di denti, invece della loro cura; le proiezioni selvagge sulla
pelle: rossori, eruzioni, trasudazioni, allergie accompagnate alle martorizzazioni
volontarie: labbra e palpebre cucite con lo spago, tatuaggi deturpanti, autoamputazioni
delle dita e delle orecchie; rischio suicidario e di contagio a malattie infettive
tra cui quella mortale dell'AIDS dieci volte più elevato che tra la
popolazione libera; riduzione comunque drastica dell'aspettativa di vita per
chi ha sofferto di periodi medio lunghi dietro le sbarre; ed infine una sessualità
devastata e irriconoscibile tra impotenza, onanismo ed omosessualità.
Alla fine di questo sofferto percorso nel e attraverso il corpo recluso (io
ho taciuto delle sofferenze mentali) viene da gridare: "Se questo è
un uomo".
Da qui bisogna partire: la pena della prigione è ancora e soprattutto
una pena che fa male al corpo, è una pena corporale; qualche cosa che
produce dolore, che produce malattia che spesso produce morte. Lo è
nella sostanza, anche se non lo è sempre nelle intenzioni, è
fondamentalmente ancora una delle pene crudeli, come lo fu in qualche modo
la deportazione nelle colonie, che pure si contrappose all'epoca alle pene
infamanti e crudeli e fu vista - la deportazione - come pena benevola, dolce,
utile. Raccomando di farvi una buona lettura La sponda fatale, un bellissimo
libro di un grande letterato australiano, che ha cercato di raccontare la
vergogna della deportazione in Australia, e vedrete quanto questa fosse benevola
e dolce e utile.
Questa è una delle grandi contraddizioni in cui in qualche modo dovete
fare i conti; siete chiamati a intervenire su un piano di una pedagogia che
crede ancora di addomesticare gli spiriti, venite in qualche modo presentati
alla bassa macelleria del penale, dove ancora regnano in qualche modo, affatto
metaforicamente, la ruota e i tratti di corda.
Quindi sotto questo punto di vista la pena privativa della libertà
produce un paradosso irrisolvibile, su cui si è sempre dibattuta la
pena del carcere: è in sé sofferenza qualitativamente opposta
a quella intenzionalmente corporale, metafisicamente voluta per far soffrire
l'anima, per rigenerarla, emendarla nella penitenza, per ravvederla nella
disciplina, educarla nel sacrificio, e non certo per far soffrire il corpo,
ma - ecco il paradosso - nella sua materiale esecuzione è e rimane,
al di là spesso delle buone intenzioni - e io dico a volte in ragione
proprio delle buone intenzioni - strazio delle carni e delle membra del giustiziato.
Però - anche qui un'altra contraddizione - è indubbio che quella
pena che è il carcere su ogni altra penalità trionferà,
alla fine del Settecento ai primi dell'Ottocento, anche perché alla
coscienza e alla sensibilità moderna parve più umana; di questo
dobbiamo prendere atto.
È difficile capire perché s'è inventata questa strana
istituzione che è la galera. Pur essendomi occupato più o meno
per tutta la mia vita accademica di capire le origini storiche dell'istituzione,
ho trovato cattive risposte. Una buona, tra le cattive, proviene ovviamente
ancora una volta da chi non si è mai occupato di prigione, si è
occupato di letteratura. Penso a Victor Brombert in La prigione romantica,
un bellissimo libro tradotto per i titoli del Mulino, credo, anche abbastanza
recentemente; un magnifico libro in cui Brombert si riferisce fondamentalmente
alla cultura dell'Ottocento, che lui chiama "la cultura del secolo d'oro della
prigione" dal punto di vista letterario, una cultura dell'Ottocento che intese
la segregazione carceraria come dimensione propria della nuova sensibilità
romantica. Ciò che nella letteratura, da Stendhal a Hugo, da Nerval
a Dostoevskij, fu inteso come luogo simbolico del sogno e della poesia, nella
cultura più diffusa fu apprezzato perché adeguato alla nuova
sensibilità dello spirito: la pena della segregazione si opponeva allo
sconveniente spettacolo del supplizio, alla luce del patibolo nella pubblica
piazza reagiva invece con la penombra discreta della cella, alle grida strazianti
del giustiziato, sostituiva la malinconia del recluso. È una pena romantica,
che appartiene alla cultura romantica. Quindi nonostante che nella sua materialità
la pena del carcere sia ancora pena del corpo, pena corporale, essa però
nella sua intenzionalità è stata assunta nella sensibilità
dello spirito della modernità romantica come pena della malinconia.
E non è a caso che Norbert Elias nel Processo di civilizzazione
veda nell'invenzione carceraria una tappa significativa dell'addomesticamento
dei costumi. Insomma il carcere trionfò su ogni altra penalità
per motivi di "buona educazione", come dice Elias, per ragioni che noi oggi
chiameremmo quasi "estetiche". Quindi la storia del carcere si iscrive, tutto
sommato, nella storia più ampia dell'ipocrisia della modernità,
ha qualcosa a che vedere con la censura sulle parole oscene e sugli spettacoli
sconvenienti, con l'occultamento dei sentimenti di decenza nelle manifestazioni
dell'umana corporeità. Così dice Elias.
E voi andate a fare scuola in carcere. Questo paradosso, questa serie di paradossi
che ne hanno segnato la sua origine permangono, in qualche modo io sono sempre
dell'idea che è più facile immaginare di fare a meno della prigione,
che la prigione sia in grado, in sé, di risolvere queste contraddizioni.
Ma io credo che, al di là di queste contraddizioni di fondo che segnano
l'istituzione e che vanno accettate, e benché, come ci diceva Piergiorgio
Valeriani, con l'intelligenza di renderle dialettiche si cerchino degli spazi
nuovi, ci siano anche nuove contraddizioni che pesano sul fare scuola in carcere,
che sono legate alle trasformazioni della prigione, che quindi in qualche
modo non si riferiscono alle origini storiche del carcere. Allora, cominciamo
a vederne alcune.
L'impegno di fare promozione sociale, nel senso di rimuovere gli ostacoli
che di fatto impediscono ai cittadini di essere uguali di fronte alla legge,
ci indica, ad esempio, che promuovere istruzione e cultura tra i detenuti
sarebbe un obiettivo sicuramente utile, quindi necessario da perseguire in
questa logica. Ora l'evidenza della congruità del mezzo istruzione
rispetto al fine promozione, che nel lessico poi del mondo del diritto si
chiama "risocializzazione", si fonda in ultima analisi ancora una volta
sull'accettazione di un bisogno istruttivo insoddisfatto, o meno soddisfatto,
di tutta la popolazione detenuta. In altre parole, sotto mentite spoglie fa
di nuovo capolino il paradigma del deficit, quasi che si convenisse che per
molti, se non per tutti, essere finiti dietro a quelle mura o dietro a quelle
sbarre dipenda anche, se non in tutto, da una cattiva o mancata educazione.
Ora chiunque attraversi l'arcipelago dell'esclusione penitenziaria scoprirà
certamente soggetti segnati dalla marginalità. È difficile quindi
non convenire che tra la popolazione detenuta sia fortemente presente una
componente di soggetti marginali. A me personalmente però - qui avanzo
ipotesi - è sempre più difficile attribuire a questi elementi
o attributi di marginalità la forza causale dell'aver indotto o favorito
la scelta criminale. Voglio semplicemente dire che oggi sempre più,
nel mondo di chi si occupa di queste cose, si preferisce non più aderire
a un modello del deficit, per spiegare o per cercare di spiegare la scelta
criminale o la criminalità, ma sempre più si aderisce a un modello
cosiddetto "delle opportunità"; si veda da ultimo quel bel libro di
Marzio Barbagli L'occasione e l'uomo ladro.
Insomma l'universo carcerizzato non esprime oggi un deficit istruttivo o formativo
o educativo aggiuntivo rispetto al target di riferimento, vale a dire rispetto
all'universo dei giovani maschi metropolitani marginalizzati, perché
tutta la popolazione detenuta è fondamentalmente formata da giovani
maschi metropolitani marginalizzati. I giovani maschi metropolitani marginalizzati,
che sono il target, il bacino d'utenza della galera, non rappresentano più
- tra virgolette -l'amato Lumpenproletariat analfabeta, bisognoso di essere
istruito dalle famose "cento parole del padrone", per poter sperare di lottare
"legalmente" per il proprio riscatto sociale; e comunque la loro deficiente
socializzazione purtroppo è l'effetto di una complessa costruzione
sociale, che sempre più si allontana dall'idea di un deficit di risorse
che possono, sia pur solo in parte, essere reintegrate in carcere.
La scuola in carcere appartiene al medesimo arsenale politico-pedagogico che
imponeva agli inizi di questo secolo le scuole serali per i lavoratori analfabeti,
obiettivo che veniva con forza perseguito dalle stesse organizzazioni sindacali.
E oggi mi sembra che le scuole serali per lavoratori analfabeti non ci siano
più: saper leggere, scrivere e far di conto non rappresenta oggi una
linea di confine tra integrazione e marginalità sociale. Questa linea
di confine si è spostata a tal punto in avanti che l'interrogativo
diventa: allora quale nuovo livello di istruzione può oggi garantire
o favorire un processo di integrazione, può oggi ridurre il deficit?
Se ci pensiamo un momento, con sconforto dovremmo sognare di trasformare le
carceri in campus universitari per corsi post-laurea. Ma appunto dovremmo
sognare.
Detto diversamente in carcere qualsiasi cosa si può fare - e tante
cose si sono fatte - di fatto è, deve essere, peggiore delle peggiori
cose che si possono fare fuori. Questo è quello che gli inglesi dicono
è "il rispetto alla regola della minore eligibilità", il principio
della less eligibility. Il che vuol dire che in carcere le condizioni
di lavoro debbono rappresentare qualcosa di peggio delle peggiori condizioni
di lavoro all'esterno. Come può essere garantita la salute in carcere?
Certo che può essere in parte garantita e tutelata, ma comunque il
servizio che si offre deve essere peggiore del peggiore servizio che viene
offerto fuori, e via dicendo. È il principio economicista della "minore
eligibilità". Certo, se fuori la qualità della vita aumenta,
si può elevare la qualità del servizio che si offre dentro,
su questo non c'è dubbio; basta che sia soltanto, sia pure di poco,
di pochissimo inferiore e peggiore del servizio che viene offerto fuori. In
altre parole questo ci dice che per quanto possiamo e vogliamo impegnarci,
il miglior servizio scolastico o d'istruzione che noi possiamo produrre in
carcere per i detenuti sarà comunque peggiore, sia pur di poco, di
quello che è stato offerto agli stessi quand'erano in stato di libertà.
Ma la difficoltà - chiamiamola così - di pensare di fare cultura
in carcere o fare istruzione in carcere non sta soltanto sul versante di quella
prima contraddizione che ho cercato di cogliere, che era quella della promozione
sociale, di aiutare, di far del bene, di ridurre il deficit, ma anche sul
versante delle esigenze di disciplina, che è l'altro versante sempre
presente.
È istruttiva sotto questo punto di vista l'esperienza nordamericana
in questo momento, nell'azione rivolta nei confronti della criminalità
minorile. Voi sapete che il settore dei minori è il settore sperimentale
di tutto ciò che si applicherà poi agli adulti nel campo della
penologia; si sperimenta prima sul corpo più duttile, morbido, soffice
del minore ciò che poi si porterà agli adulti. Ora nel settore
dei minori oggi si stanno sperimentando in America nuove modalità penitenziarie,
e non a caso nei confronti delle minoranze razziali, i neri e quelli di lingua
ispano-parlanti, e soprattutto nei confronti dei tossicodipendenti. Queste
modalità di esecuzione si chiamano boot-camps, che tradotti
vorrebbe dire "campi militari" veri e propri, sul modello di addestramento
delle giovani reclute del corpo scelto dei Marines reso famoso dal
film Full Metal Jacket. Questo è il nuovo modello pedagogico
per i giovani devianti americani. Periodi brevi: tre mesi, quattro mesi al
massimo, in divisa naturalmente; i boot-camps sono campi all'aperto,
tende, dove vige soltanto la disciplina militare e gli istruttori sono vecchi
ufficiali o sottufficiali dei Marines. Voglio semplicemente dire che
l'arsenale pedagogico tradizionale, lavoro, istruzione, viene sofferto come
inutile anche in una prospettiva puramente disciplinare per coloro che hanno
a cuore il governo, il management, chiamiamolo così, il dressage
degli uomini.
In ultima analisi, e qui concludo, fare scuola in carcere finisce per soffrire
di inadeguatezza sia rispetto alle trasformazioni occorse sul versante della
risocializzazione, sia sul versante di chi ha presente, ha a cuore le necessità
anche di disciplina.
Da qui un'idea molto semplice, che è l'uovo di Colombo: perché
non dissequestriamo definitivamente l'istruzione dalle pratiche trattamentali?
Basta dissequestrare: tiriamola fuori. Vogliamo dirlo diversamente?
L'istruzione è un diritto, è un diritto che non può essere
negato e neppure compresso come conseguenza inevitabile della privazione o
della limitazione della libertà personale - tutte bugie, ma ci dicono
così, e quindi sul piano del dover essere lo accettiamo - ergo, se
esso deve essere garantito sempre e indifferenziatamente in tutti coloro che
ne hanno diritto, facciamo in modo che esso non venga piegato a modalità
funzionali, a ragioni esterne alla cultura e all'istruzione, che sono le ragioni
del carcere. Allora mi domando: perché fare scuola in carcere? Perché
i detenuti non possono istruirsi fuori dal carcere, nei luoghi deputati all'istruzione,
che rispondono alle loro ragioni: le scuole, le università. Perché
i detenuti devono sempre e comunque su ogni versante godere di prestazioni,
di servizi più scadenti? Perché non possono anche loro godere
degli stessi servizi? Non è tanto difficile immaginarlo. Ci sono misure
alternative; poi, se si afferma il principio che la privazione della libertà
non può privare ne limitare l'esercizio degli altri diritti costituzionalmente
riconosciuti - e il diritto all'istruzione, soprattutto per il giovane in
età formativa, è un diritto a protezione costituzionale - perché
piegare questo momento alle pratiche trattamentali? Perché piegarlo
alle esigenze della galera?
Dissequestriamolo, portiamolo fuori, rivendichiamolo fuori. Per altro nel
lavoro molto si sta già facendo; ormai i detenuti per ragioni economiciste
non lavorano più in galera; quei pochi che lavorano, lavorano fuori,
dentro chi lavora più?
La stessa ragione vale per la scuola. Con molta insistenza si è passati
da una concezione contrattuale del lavoro, appunto non protetta, ad una concezione
ultima del lavoro dei detenuti puramente privatistica, proprio per dare più
protezione. Insomma se si può in qualche modo proteggere di più
un soggetto non protetto, qual è il detenuto, l'unica cosa è
proprio accettare fino in fondo di soffrire la contraddizione della pena senza
il tentativo di abbellirla, di aggiustarla, di addolcirla, e in questo caso
di svilire e prostituire gli altri saperi e le altre discipline al regno del
governo degli uomini.