A nostro avviso questa realtà è due volte discriminatoria:
da un lato, per gli ex detenuti che non hanno la possibilità di 'cambiare
vita', e dall'altro per la società civile, che si trova a dover affrontare
i problemi accresciuti o addirittura creati dalla permanenza in carcere.
L'Amministrazione Penitenziaria, gli agenti della polizia penitenziaria
e gli educatori del Ministero di Grazia e Giustizia, da parte loro, si trovano
a dover gestire la quotidianità, la sicurezza e la risocializzazione
in strutture affollate. Data la situazione attuale, non è possibile
svolgere delle azioni positive o propositive finalizzate ad un futuro reinserimento
sociale. Le attività attuali sono soluzioni tampone, finalizzate a
far calare la tensione all'interno delle strutture detentive.
In un simile panorama, anche la formazione professionale rivolta
ai detenuti stranieri si risolve in un'attività senza sbocchi futuri
per il fatto che i corsi sono finalizzati alla qualificazione di persone che
verranno inseriti nel mercato del lavoro italiano una volta scontata la loro
pena. Ma i detenuti stranieri saranno espulsi.
Pensare ad una formazione professionale mirata al target dei
detenuti stranieri non può prescindere da alcune considerazioni:
- Il detenuto straniero sa che, una volta scontata la pena,
sarà espulso dall'Italia;
- Se non ritornerà nel paese d'origine, così
come accade nella maggioranza dei casi, non potrà comunque trovare
un lavoro regolare;
- È quindi comprensibilmente scarsa la motivazione a
seguire un corso di formazione professionale finalizzato ad un inserimento
lavorativo che, nella realtà, sarà impossibile;
- I corsi di formazione organizzati in Italia sono costruiti
per un mercato del lavoro europeo. Non è quindi automatico che una
professionalità acquisita in Italia sia spendibile nel paese di origine
del detenuto straniero.
Per raggiungere il duplice obiettivo di garantire sia il diritto
ad una vita normale dopo l'espiazione della pena e sia l'applicazione delle
leggi, occorre trovare un compromesso civile e garantista. In accordo
con quella parte di detenuti extracomunitari con cui è possibile dialogare
sulla situazione futura, occorre lavorare per aprire delle vere prospettive
per il periodo successivo all'espiazione della pena. A nostro avviso, la strada
da percorrere è la costruzione di corsi di formazione professionale
finalizzati all'inserimento lavorativo nel paese d'origine, da frequentare
durante il periodo di carcerazione.
Formazione Rientro: Lo studio di fattibilità.
L'idea base da cui parte lo studio di fattibilità Formazione
Rientro è la conciliazione del diritto fondamentale alla vita normale
degli ex detenuti stranieri fatta di inserimento lavorativo e di rapporti
sociali e personali con il rispetto delle leggi comunitarie e italiane, tenuto
conto del bisogno di sicurezza e di tranquillità delle società
locali.
Oggi con la riforma della scuola e della formazione
professionale e con l'istituzione dei Centri Territoriali Permanenti
per l'istruzione e la formazione in età adulta (CTP) è possibile
pensare a dei percorsi formativi costruiti ad hoc, con la stipula di "contratti
formativi" individuali finalizzati all'acquisizione di una professionalità
spendibile nel mercato del lavoro proprio del Paese in cui rientrerà
il detenuto.
L'attuazione di un simile progetto di rientro "programmato",
- ma al quale si aderisce in modo totalmente volontario, proprio come recita
l'ordinanza 455 all'articolo 6 (Negoziazione del percorso, patto formativo)-
necessita da un lato del lavoro di molte e differenti professionalità
e, dall'altro lato, di una rete transnazionale che aumenti la conoscenza del
tessuto economico dei Paesi terzi e che stabilisca dei canali di accesso al
lavoro.
Con l'introduzione dell'ordinanza ministeriale 455/97 non è
più possibile pensare il "patto formativo" solo in chiave
bipolare docente - allievo. Perché il patto sia veramente tale, cioè
capace di produrre crediti riconosciuti, è necessario il coinvolgimento
di un terzo soggetto:
un altro ordine di scuola, un altro ente, un ufficio del lavoro,
un'azienda: quello che di solito si intende con l'espressione territorio.
Con il progetto Formazione Rientro si apre una dimensione internazionale
del concetto "territorio".
In questa fase del progetto i Paesi con i quali si coopererà
sono il Marocco e l'Albania.
le provenienze marocchine e albanesi sono le più diffuse
tra i detenuti extracomunitari presenti nei carceri italiani;
queste due provenienze hanno una forte presenza nei giri dello
spaccio e della criminalità, situazioni che innescano spesso reazioni
negative nella società locale.
La rete transnazionale
Per la sua natura, per i suoi obiettivi e per gli strumenti
che si vogliono mettere in atto, il progetto necessita della costruzione di
una rete di rapporti tra vari soggetti che, con funzioni differenti e a diverso
titolo, lavorano per favorire il recupero degli ex detenuti.
L'idea che si vuole sviluppare attraverso il progetto Formazione
Rientro per favorire l'inserimento sociale e lavorativo in patria degli
ex detenuti rientrati, è la creazione di una rete composta da enti
appartenenti alla società civile italiana, marocchina e albanese.
La creazione di una rete transnazionale è la premessa
irrinunciabile alla realizzazione di un progetto di questo tipo.
Finora esiste una sola esperienza di rientro in patria volontario,
realizzata attraverso il coordinamento torinese del progetto TAMPEP, progetto
finanziato dalla Commissione Europea, che si occupa di informazione sanitaria
e di orientamento sociale ed è rivolto alle prostitute di nazionalità
non italiana. Alcune delle prostitute che hanno deciso di lasciare il marciapiede,
hanno espresso la volontà di rientrare in patria. Una volta tornate,
però, si sono accorte di essere rifiutate dalla società e di
non avere più una rete sociale o di inserimento lavorativo a cui appoggiarsi.
La rete che si vuole instaurare ha diverse finalità:
Da una parte lo studio di fattibilità sarà
finalizzato a gettare le basi per la creazione di uno sportello informativo
e di orientamento oppure di una comunità di transito, nella
quale si svolgano attività di informazione e di orientamento, in collaborazione
con organizzazioni non governative e con il sindacato locale. Scopo di questa
fase è collegare i soggetti che consentano ai rientranti di superare
lo scoglio della perdita dei rapporti con la società di partenza.
Oggi non siamo in grado di giudicare quale forma (sportello
oppure comunità di transito) sia la più adeguata. È
pur vero che la costituzione di una comunità di accoglienza e di residenza
per gli ex detenuti rientrati darebbe al progetto un alone di segregazione,
per non parlare degli alti costi di gestione.
Dall'altra parte sarà chiesto ai partner stranieri
di effettuare un'analisi del mercato del lavoro finalizzata all'individuazione
dei settori trainanti dell'economia locale così come delle professionalità
maggiormente spendibili in loco. Questo al fine di orientare in maniera adeguata
la formazione professionale da realizzare in Italia, in modo da fornire adeguate
opportunità di lavoro alle persone rientrate. Inoltre, sarà
fondamentale capire se gli sforzi di formazione avranno uno sbocco di lavoro
dipendente o autonomo: in questo secondo caso la formazione professionale
dovrà essere accompagnata da un lavoro d'informazione e di pre-accompagnamento
alla creazione d'impresa (società, cooperative di creazione lavoro,
ecc.). Per quel che riguarda l'orientamento verso il lavoro subordinato sarà
chiesto ai partner di effettuare un'analisi delle reti di collocamento, e
una presa di contatto con le associazioni di categoria (imprenditori, artigiani,
ecc.).
In entrambe le fasi di lavoro, ma soprattutto nella seconda,
i partner stranieri avranno un'assistenza tecnica da parte di ricercatori
specializzati nelle tematiche dell'analisi del mercato del lavoro e dei fabbisogni
formativi e da parte di esperti in materia di creazione e animazione d'impresa.
La rete costruita avrà il ruolo di accoglienza, di orientamento
e di informazione ai rientrati. Fungerà da rete di collocamento lavorativo
e svolgerà un ruolo di accompagnamento alle imprese costituite.
Gli attuatori e i temi di approfondimento:
L'ente capofila dello studio di fattibilità Formazione
Rientro è il Comitato Oltre il razzismo (Comitato per i
Diritti Civili) al quale spetta il lavoro di coordinamento e di raccordo fra
i vari partner locali e stranieri. Il lavoro di raccordo sarà svolto
in collaborazione con la CGIL Piemonte soprattutto per quanto riguarda
il sindacato marocchino ed eventualmente i partner albanesi.
La Rete Ricerca composta dall' Ires Lucia Morosini
(Istituto di Ricerche Economiche e Sociali), e dalla SRF (Società
Ricerca e Formazione s.c.r.l.) in collaborazione con il C.F.P.P. (Centro
di Formazione Professionale Piemontese) e con i Centri Territoriali
che si riuscirà a coinvolgere, svolgerà le parti pratiche del
progetto che vanno dall'analisi delle competenze e la ricostruzione del profilo
culturale dei detenuti interessati al progetto, alla catalogazione di corsi
di formazione professionale presenti presso le strutture detentive piemontesi,
alla progettazione di percorsi formativi, all'assistenza tecnica ai partner
stranieri per quanto riguarda l'analisi del Mdl e delle reti di collocamento.
L'Agenzia di Sviluppo Codex, specializzata in materia
di creazione e animazione d'impresa elaborerà, in collaborazione con
i formatori e partendo dalle legislazioni e regolamenti marocchini e albanesi
in materia, dispense modulari comunicabili in aula per l'indirizzo dei corsisti
prima del rientro.
Per superare eventuali barriere di natura culturale e/o linguistica
con i detenuti ma soprattutto con i partner stranieri abbiamo pensato al coinvolgimento
dell'A. M.M.C. (Agenzia Multiculturale per la Mediazione Culturale)
alla quale spetta appunto il ruolo di facilitatori comunicativi
e culturali.
Risultati dello studio di fattibilità:
II rapporto di ricerca "Una Formazione per il Rientro" conterrà
informazioni a proposito:
- della formazione professionale svolta all'interno delle strutture carcerarie
e destinata a detenuti stranieri definitivi e delle proposte per attuare una
formazione finalizzata al rientro (contenuto professionale, spinta alla creazione
d'impresa, informazioni sulle legislazioni nazionali in merito...);
- della forma più adeguata di informazione e orientamento finalizzate
all'integrazione sociale e all'inserimento lavorativo in patria.