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MATERIALI
RIFLESSIONI SU ESPERIENZE |
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Le conclusioni di Pavarini sono come sempre drastiche e, come mi è capitato di dire in un'altra occasione, possono portare ad una conclusione: quella di "tutti a casa", una conclusione scoraggiante, che prende atto del meccanismo irrecuperabile che il carcere rappresenta. Ma il senso critico e il livello dell'analisi di Pavarini, in definitiva, fanno crescere la nostra intelligenza delle situazioni in cui lavoriamo e questo ci porta non a casa nostra e lontano dal carcere, ma proprio a restare nelle case circondariali e nelle case di reclusione, nelle case dei nostri utenti. Dico una cosa ovvia: nella valutazione dello stato del carcere, abbandoniamo intanto la distinzione fra "nuovo" e "vecchio". Pavarini ci ha parlato di certi approdi del "nuovo": i campi militari, ad esempio, con i quali si pensa in certi paesi di affrontare il problema penitenziario. Si tratta di credere nella disciplina militare, quale strumento di creazione di conformazione, attraverso l'obbedienza come automatismo e come ripetizione, saltando, se si vuole, quel particolare relais che si chiama coscienza e scelta della condotta dell'individuo. In forme meno dure, ma non molto distanti, anche certe tecniche utilizzate nelle comunità terapeutiche per tossicodipendenti (il rimprovero attraverso la condanna urlata dei compagni e degli operatori a chi viola una regola, talvolta modesta, di vita della comunità), rimandano alla introduzione di automatismi nel rapporto fra la struttura di accoglienza e i suoi organi, da un lato, e l'utente, dall'altro. Sotto questo profilo, il carcere è, in qualche modo, più laico. Ricordo un'altra relazione di Pavarini ad un convegno romano di Antigone: una contestazione e un riconoscimento a quello che egli chiama il riformismo penitenziario: cioè quello nel quale ci riconosciamo, che tenta di migliorare il carcere, che lo vede come il luogo in cui si preparano e si definiscono i percorsi di riabilitazione dei condannati, che troveranno, poi, il loro sviluppo nelle misure alternative al carcere: semilibertà, detenzione domiciliare, affidamento in prova al servizio sociale, liberazione condizionale. La contestazione di Pavarini era questa :il riformismo penitenziario ha tolto alla pena classica la sua certezza ed effettività, ha disarticolato il sistema penale nella sua coerenza e nella sua chiarezza. Ma, a questa convinta contestazione, Pavarini aggiunge una presa d'atto: laddove si è voluto ricostruire un sistema penale che superasse la sbandata riformistica e che ridesse certezza alla pena, eguaglianza nei confronti di tutti alla sua esecuzione; laddove, dunque, si è voluto questo, si è assistito al formarsi di un carcere sempre più esteso e sempre più duro. E invece, diceva Pavarini, bisogna ammettere che il riformismo penitenziario, con tutti i suoi limiti concettuali, le sue impostazioni che sono "pietose bugie", ha avuto il merito di portare avanti una certa umanizzazione del carcere. C'è una spiegazione di questo? Credo di si. In qualche modo, l'approdo ai campi militari rivela un limite intrinseco (che si rende più evidente in una perversione del progetto): il carcere senza prospettive di flessibilità nella sua esecuzione, che si esprime in una pena rigida, che non può essere se non quella che è stata inflitta con la sentenza di condanna, finisce per essere indifferente al soggetto e alla sua autonomia. Questi viene consegnato al carcere per essere traghettato attraverso uno spazio di tempo della esistenza ed essere riconsegnato alla libertà, senza che al carcere stesso si faccia alcun carico di aiutare il soggetto in una modifica delle sue condizioni di vita nella esistenza che proseguirà nel tempo successivo alla sua liberazione. Quest'uomo, per questo carcere, è un oggetto. Un bagaglio da spostare nel tempo, anziché nello spazio. I teorici della pena classica, che deve essere eseguita eguale per tutti, non vogliono usare il carcere per dare al condannato una nuova forma della mente e dell'anima, ma quando si disconosce l'individuo come tale, quando lo si vede come un oggetto, allora la tentazione di riprogrammarlo su nuove basi, introducendo, attraverso l'automatismo di ripetizioni obbedienti, meccanismi comportamentali conformi a certe regole; allora, ripeto, la tentazione c'è e l'approdo alla perversione dei campi militari è possibile. Quella che ho chiamato la laicità del nostro carcere ha poi come dato di fondo quello che la esecuzione della pena non si può fare senza la partecipazione del condannato: questa partecipazione potrà avere tutti i limiti possibili e tutti i limiti possibili potranno essere propri della sua ricerca da parte di una organizzazione penitenziaria non certo completa, non certo coerente, non sempre veramente motivata ad ottenere e capace di ottenere quella partecipazione. Ma la ricerca di questa, il considerare il condannato come un interlocutore necessario con il quale costruire qualcosa che assomigli a possibilità di una esistenza diversa, ecco, questo è il varco che si apre nella disumanità che si trova nelle fibre del carcere. Il riformismo penitenziario può avere un limite concettuale, che è quello di pensare a un carcere diverso. È forse impossibile arrivarci, certe caratteristiche del carcere sembrano non redimibili, ma si introduce una contraddizione rispetto ai meccanismi negativi della più chiusa delle istituzioni totali e questa contraddizione indebolisce coerenza e totalità della struttura e può portare la stessa ad un esito imprevedibile per i suoi critici: servire ai detenuti, migliorare la loro condizione, le loro possibilità, le loro occasioni di una esistenza diversa. Una leva potente in questa direzione saranno gli spazi di libertà alternativi al carcere: i permessi premio, in prima battuta, le misure alternative, in seguito. E allora, prendiamo atto che abbiamo il compito di tirare avanti questa contraddizione, anche se attraverso "bugie" che possono essere "pietose", ma che sono, in sostanza, anche "virtuose", se riducono la disumanità del carcere e lo aprono a consentire, ed anzi a costruire, percorsi di uscita e di riabilitazione. Quali siano le cose che ci aspettano, non lo sappiamo. Non sappiamo se ci lasceranno lavorare nella direzione che si è presa o se potrà arrivare qualcosa di nuovo, che potrà anche essere molto peggiore, come si è visto. Conclusione, questa, un po' raggelante per me, ormai vicino a fare a meno di questo lavoro, dopo un'overdose di qualche decina di anni. Valeriani osserva, con finezza, che si contrappongono due sistemi di controllo: un sistema di controllo duro, impostato essenzialmente sulla disciplina, e un sistema di controllo morbido, impostato sulle attività trattamentali, che dovrebbero essere caratteristiche del nostro carcere, secondo la legge di riforma penitenziaria. Osserva Valeriani, che le attività trattamentali in questione hanno tutte una loro valenza di controllo, più o meno esplicita. Le attività trattamentali principali sono la religione, il lavoro, la istruzione, ma anche le altre, le attività ricreative e culturali in genere non sono prive di questi aspetti di un controllo soffice. Bisognerà, però, ricordare che fra il controllo duro, impostato solo sulla disciplina e sulla obbedienza, e il controllo soffice, proprio delle varie attività trattamentali, c'è uno scarto significativo e decisivo: il primo vuole la passività, il secondo vuole la partecipazione dell'interessato. Sia o meno questa una pietosa bugia, bisogna dire che il primo controllo (quello duro) vuole riprogrammare un soggetto conformato passivamente a certe regole sociali (non tutte, se si vuole, solo quelle che non danno fastidio), mentre il secondo (quello soffice) vuole arricchire un soggetto, renderlo partecipe di certi strumenti che ne agevolino le relazioni sociali (ed alcuni, in ipotesi, potrebbero anche dare fastidio: per esempio, una corretta coscienza dei propri diritti). Torniamo allora ad esaminare quali sono oggi le attività trattamentali in carcere. Delle tre classiche: religione, lavoro ed istruzione, la religione ha assunto un aspetto particolare. In linea di massima si è liberata dall'abbraccio troppo stretto che aveva un tempo con la istituzione (ricordiamoci che il cappellano, prima della Riforma, svolgeva la funzione della censura sulla corrispondenza: era una attestazione di fiducia nella sua riservatezza, ma era anche una funzione istituzionale, che fortunatamente la Riforma ha soppresso). In qualche misura sembra che la religione, anche per la sua minore incidenza sociale attuale, abbia perso una sua funzione di controllo anche soffice, pur potendo invece, in un rapporto del tutto libero, di coscienza, favorire un processo di riflessione critica. Va detto che il cappellano ed altre presenze riferite ad associazioni religiose hanno organizzato un volontariato attivo e pratico: ne possono essere un esempio le case di accoglienza per i familiari non residenti in occasione di visite in carcere ai loro congiunti o per gli stessi detenuti in occasione di permessi di uscita dal carcere. E va detto, inoltre, che una presenza non minima è quella delle religioni diverse dalla cattolica e, in qualche caso, anche diverse dalle religioni cristiane. Parlo del lavoro, la cui scarsità è sempre più tragica. Sempre più tragica in più sensi: sia perchè vengono meno i salari (una risorsa per molti detenuti non abbienti, che non sono pochi, e per i loro familiari), sia perchè non lavorare equivale ad aumentare i già inaccettabili periodi di restrizione in cella (che sono nell'ordine delle 16-18 ore continuative (da metà pomeriggio al mattino del giorno dopo). Perché il lavoro è scarso, là dove esiste una mano d'opera disponibile e a prezzo non elevato? Rispondo, ricordando che i tipi di lavoro possibili in carcere sono tre: - quello di istituto: distinguibile fra lo svolgimento dei servizi (pulizia, cucina, etc.) e la manutenzione ordinaria e straordinaria dei fabbricati; - quello produttivo. organizzato dalla stessa amministrazione; - quello produttivo, organizzato da terzi in carcere. Quest'ultimo, un tempo fiorente, è venuto praticamente meno ovunque. Certo la crisi principale fu quella di convenienza, legata alla regolarizzazione della retribuzione, introdotta con la Riforma.Ma la crisi fu legata anche al clima delle carceri alla metà degli anni 70, un clima di disordine, che oggi è sicuramente venuto meno (per certi aspetti, anche troppo). Oggi questo discorso andrebbe riaffrontato, ma occorre che i responsabili degli istituti siano incoraggiati a farlo, non demotivati ad assumere iniziative che vengono considerate solo una complicazione. Per gli altri due tipi di lavoro, il difetto di fondo è rappresentato dal considerarli soltanto una spesa, un fatto assistenziale. E, al momento, in cui le risorse per questa parte vengono meno, viene meno anche il lavoro. E invece il lavoro dei detenuti può e deve essere considerato come una risorsa ed anche una risorsa redditizia, perché, a prescindere da improbabili guadagni con produzioni immesse sul mercato, esso può rappresentare un risparmio notevole di altre spese. Si pensi alla manutenzione ordinaria e straordinaria dei fabbricati. Il ricorso all'esterno dovrebbe essere assolutamente eccezionale: la regola dovrebbe essere quella del lavoro in economia con detenuti: recuperando, eventualmente, per le attività più complesse, quadri professionali o dipendenti dalla Amministrazione o assunti con rapporto a convenzione. E ancora: l'amministrazione ha abbandonato, sostanzialmente per inerzia e problemi burocratici, le attività produttive interne, rivolte all'interno. Per anni, vi sono state lavorazioni carcerarie che producevano mobili sopratutto per altri istituti, ma talvolta anche per uffici pubblici. E altre lavorazioni provvedevano per biancheria e coperte per carceri e caserme agenti e anche per le divise di questi. Perchè tutto questo è finito? Inerzia e burocrazia sono l'unica spiegazione. Ma è chiaro che l’acquisto all'esterno di tutti questi prodotti ha comportato un aumento della spesa, che si deve a quella inerzia e a quella burocrazia. È altrettanto chiaro che molte di quelle lavorazioni erano vecchie e producevano male, ma l'organizzazione oggi di produzioni moderne ed efficienti è tutt'altro che complessa. Dunque: nel momento in cui si riconosce il rilievo essenziale che avrebbe il lavoro in carcere su vari piani, non ultimo quello della umanizzazione, si deve constatare una grave crisi di questo aspetto del trattamento. L'istruzione conosce, io credo, una certa crescita complessiva e ne potrebbe conoscere una anche maggiore. Non so se questa mia considerazione sia esatta: la scuola pubblica ha un supero di operatori e va incontro a riduzioni di questi. Ecco, un settore nel quale potrebbe crescere, dando spazio sempre più largo anche a corsi di istruzione secondaria (oggi eccezionali) e alla definizione di rapporti agevoli con l'Università (perché 30 anni fa erano stati organizzati corsi universitari in carcere?). Uno spazio particolare dovrebbero avere (ed in qualche modo hanno, ma sempre con caratteristiche di precarietà) i corsi di formazione professionale, elemento trattamentale sicuramente importante. E altre attività trattamentali significative si trovano fra quelle ricreative e culturali, organizzate da enti locali e volontariato. Domanda conclusiva, dopo l'analisi sulle attività trattamentali e sullo stato delle stesse nel nostro carcere, oggi: queste attività a cosa servono, che finalità hanno? Per centrare questa domanda, si deve cercare di centrare la situazione del carcere oggi. Lo si è detto anche all'inizio. Il nostro sistema penitenziario ha la sua caratteristica peculiare nella possibilità delle misure alternative, cioè nella possibilità di ridurre i tempi della carcerazione e, quindi, di produrre meno carcere. Se tale caratteristica non si esprime ancora in una corretta ed organizzata operatività, si deve constatare, negli ultimi anni, una crescita notevole delle misure alternative alla detenzione, che, nel 1996, hanno decisamente superato le 20.000. L'area delle misure alternative, che possiamo chiamare l'area penitenziaria esterna, sta assumendo dimensioni analoghe a quelle dell'area penitenziaria interna, cioè della esecuzione pena in carcere, che interessa circa la metà dei 50.000 detenuti (l'altra metà, come è noto, è rappresentata da detenuti ancora giudicabili, che non possono accedere a misure alternative). Questo processo si è sviluppato con molte contraddizioni ed anche con molte obiezioni, particolarmente sull'ampia discrezionalità che viene data alla magistratura di sorveglianza nella concessione delle misure alternative alla detenzione. Ci sono altri sistemi penitenziari, nei quali, invece di prevedere misure alternative alla detenzione, si preferisce ancorare le riduzioni di pena a condotte determinate, tenute all'interno del carcere. Ad esempio, chi va a scuola ha una riduzione di pena; chi lavora, altra riduzione. Sono sistemi in cui c'è una conseguenza automatica di una certa condotta interna. Il nostro sistema privilegia invece una impostazione diversa, che è quella che ci viene dalla Costituzione e della lettura che ne ha fatto la Corte Costituzionale. La esecuzione della pena deve servire alla definizione, alla preparazione, alla concreta attuazione di percorsi riabilitativi per coloro che siano disponibili ad utilizzare il carcere a questi fini. Gli interventi penitenziari sono tesi a sostenere questo progetto, a favorirne la attuazione. Si pensa a consentire il manifestarsi di condizioni diverse da quelle che hanno portato al carcere e a tal fine la riduzione della pena (che pure è prevista dal nostro ordinamento) non appare sufficiente. Quello che è necessario, più che ridurre il carcere, è invece utilizzarlo per progettare, prima, e realizzare, poi, una situazione di inserimento sociale alternativa a quella che ha portato al carcere. Può sorgere qui una questione, più concreta e reale di quanto si possa pensare. La proiezione delle soluzioni penitenziarie verso l'esterno, può rendere meno rilevanti e interessanti per i detenuti le attività trattamentali. Quando, fra le stesse e un beneficio penitenziario come la riduzione pena, c'è il rapporto diretto che viene riconosciuto, come si è visto, in altri sistemi, l'interesse del detenuto a quelle attività è essenziale. Quando, invece, si pensa soltanto ad arrivare alla libertà e a costruire sulla stessa, l'interesse dei detenuti e della stessa istituzione alle attività trattamentali può ridursi. Che ciò sia possibile, che ciò possa anche essere in parte accaduto, nel nostro sistema, è possibile. Ma non dovrebbe essere così. Le attività trattamentali, infatti, hanno lo scopo e dovrebbero essere sopratutto finalizzate a fornire al condannato maggiori risorse per aumentare le sue possibilità in vista della progettazione e dell'attuazione dei progetti concreti all'esterno. Progetti di vita, di impegno, di maggiore adeguatezza nelle relazioni con gli altri, non si costruiscono sulla inerzia di un carcere di pura attesa, ma vogliono che il soggetto sia stimolato e pronto attraverso quelle acquisizioni che le attività trattamentali, anche attraverso il loro momento di controllo soffice, possono dare. Un progetto generoso, ma che sconta vari deficit di attuazione. La prima riflessione, a questo proposito, può riguardare la magistratura di sorveglianza. È un discorso semplice. Attraverso una continua alternanza di indirizzi, anche legislativi, di restrizioni e di allargamenti, non ci hanno mai consentito di creare una cultura propria della funzione. Vi sono state ispirazioni diverse, condizionate anche dalle diversità ideologiche, così facili e così perniciose in questo settore, territorio aperto al soffiare di tutti i venti. Alcuni rilievi statistici consentono, però, di affermare che le differenze si vanno riducendo, anche se faticosamente. È certo che un punto importate della riflessione sulla funzione della magistratura di sorveglianza è il rapporto peculiare che la stessa deve avere con operatori ed utenti, ovviamente diverso da quello dei magistrati operanti nel procedimento di cognizione. Il magistrato di sorveglianza deve avvertire il suo impegno a stimolare l'avvio e l'avanzamento del percorso riabilitativo del condannato e deve essere pronto a raccoglierne lo sviluppo, valendosi con coraggio di tutti gli strumenti trattamentali e giudiziari che la legge gli affida. In qualche misura è meno terzo rispetto al giudice della cognizione;se non fosse che è la terzietà che assume, in questo caso, sfumature diverse. Non gli si chiede di essere il giudice "per" il condannato, ma gli si chiede di avere presenti tutti gli aspetti della sua funzione che si sono indicati, sempre senza lasciarsi fuorviare da simpatie e coinvolgimenti. Sbaglia se resta fuori e indifferente al processo riabilitativo del soggetto, se trasforma l'oggettività del suo giudizio in distacco dalla questione su cui deve decidere. Egli è un attore di quel processo, ma la premessa delle sue decisioni resta sempre una valutazione informata ed equilibrata del soggetto. Certo,non deve essere solo. Valeriani ha ricostruito i problemi di rapporto fra i vari operatori, la elisione dell'effettivo esercizio delle competenze che viene in carcere dalla resistenza alle competenze altrui, dalla sospettata interferenza di queste sul proprio lavoro. La contraddizione di cui si è parlato fra la struttura del carcere e le finalità di riabilitazione che dovrebbe avere per legge, si esprime anche a livello di contrasto fra certe componenti degli operatori ed altre. La contraddizione principale resta quella fra i gestori della sicurezza e quelli del trattamento. La riforma degli agenti di custodia, smilitarizzati, ma costituiti in Corpo di polizia penitenziaria, non ha reso più facili le cose, ponendo l'accento o, comunque, prestandosi a che si ponga l'accento, sulla sicurezza come compito essenziale di questa componente degli operatori, la più numerosa e, per ciò stesso, la più forte, in grado di condizionare l'autorità delle direzioni degli istituti. E allora, gli sparuti, come numero, operatori dell'area trattamentale, si trovano più a gestire le loro frustrazioni e a finire vittima del "burn-out", in presenza di una politica penitenziaria tutta centrata sulla sicurezza. Nella realtà, anche se non prevalente, si constata la possibilità che così non avvenga. È pacifico che la sicurezza è esplicitamente considerata dalla Riforma penitenziaria non come il fine del trattamento detentivo, ma come il mezzo che consente il regolato svolgimento della attività di osservazione e trattamento, queste, si, il fine che la legge consegna alla istituzione. Ed allora, se la direzione raccoglie questa consegna e coordina verso i fini già detti l'attività di tutti, il lavoro si svolge regolarmente: anche quello della polizia penitenziaria, che ritrova i suoi reali compiti:non quelli di una sicurezza fine a se stessa, ma di una sicurezza, che sia strumento del trattamento, del quale si ritrova protagonista diretta ed importantissima, con una reale promozione della sua funzione, altrimenti mutilata, se limitata alla sola sicurezza. In questo quadro, come si colloca l'attività scolastica? Se ritorno alle mie prime esperienze professionali in carcere (primi anni 70, ancora prima della Riforma) ricordo il giornalino di istituto che venne pubblicato per qualche anno nel carcere di Firenze, con sede della redazione nella Casa di reclusione: direttore era un amico carissimo, che non c'è più, Folco Franceschini, uno dei maestri della scuola elemtare, nell'ambito della quale quella esperienza partì e si sviluppò. Quel carcere, la Casa di reclusione di Firenze, era tanto vecchio e malandato che i detenuti venivano chiusi nei loro cubicoli (cellette per una persona) solo a tarda sera e alla scuola potevano venire tutti e tutti seguivano e partecipavano al lavoro della redazione, ai dibattiti che vi si tenevano, aperti agli interventi esterni. Era uno strumento di trattamento, che nasceva nella scuola, divenuta centro di interesse per tutti (anche se restava disponibile per lo svolgimento delle funzioni proprie). Venivano detenuti che in genere erano occupate al lavoro, che assorbiva una parte rilevante dei detenuti stessi, anche se le mercedi erano veramente irrisorie (non si andava al di là delle 12-13.000 lire mensili). Valeriani ha parlato di esperienze simili, lui come maestro in carcere, più o meno negli stessi anni, esperienze, quelle di Valeriani che si svolsero con varie difficoltà, che a Firenze non ci furono, o furono assai limitate, per qualche anno, fino a che non vennero tutte insieme e furono decisive, nel periodo di restrizioni dal 1977 in poi. Comunque, se questo è un possibile sviluppo della scuola in carcere, restano ovviamente anche le attività istituzionali, oggi più complesse. Pensiamo all'alto numero di detenuti stranieri, che in definitiva trovano nel carcere l'occasione dell'apprendimento della nostra lingua e sovente anche quello di una effettiva scolarizzazione. È chiaro che, nel momento in cui si fanno sempre più numerosi in carcere, soggetti che hanno concluso la scuola media, il compito delle strutture scolastiche diventa quello di organizzare corsi di scuola media superiore. Ci sono già inziative abbastanza isolate in tal senso: una è quella di Volterra, i cui operatori sono presenti anche in questo seminario. È interessante notare che, in alcuni istituti, questi corsi di scuola media superiore sono organizzati da volontari, ad attestazione di una esigenza, che andrebbe soddisfatta con corsi regolari della scuola pubblica. Un’osservazione sul tipo di problemi che l'insegnante carcerario può, credo, incontrare. Sono gli stessi di tutti gli operatori che vanno in carcere per svolgere funzioni che attengono all'area trattamentale. Questi problemi colpiscono particolarmente il volontariato, anche se questo può non essere inteso come partecipe del trattamento (sovente, però, di fatto lo è). Il problema di fondo è quello di subire una specie di "sindrome di Stoccolma", di identificarsi cioè nei soggetti con cui si trova a vivere quotidianamente. È un rischio che c'è e dal quale non so come ci si possa difendere, se non essendo consapevoli che vi si è esposti. D'altronde, per tale via, il rapporto educativo può prendere una profondità, che invece potrebbe non esserci. Utilizzare l'istruzione anche in questo senso, cogliendone, al di là degli aspetti informativi, quelli formativi (il che è proprio di un buon insegnante), che si realizzano attraverso un avvicinamento alla personalità dello scolaro-detenuto, può essere un rischio, che merita correre, anche se non bisogna lasciarsene prendere e dominare. Un altro problema è come si inserisce l'insegnante in carcere. Se la sua è una delle attività trattamentali, una delle principali, deve esserci un rapporto con gli altri operatori di tali attività. La scuola non può essere un organismo isolato nel contesto del carcere, anche se, in certi carceri, si cercherà di tenerla in questa posizione. Il rapporto che ci dovrebbe essere con gli operatori delle altre attività è un rapporto di collaborazione, che può anche divenire di integrazione con le attività collegiali del gruppo di osservazione, quando lo stesso deve arrivare a discutere sui singoli soggetti, ai fini della ammissione ai benefici penitenziari. Ci sarà anche da chiedersi se questa non venga a configurarsi, quando sia resa possibile, come attività propria dell'insegnante, da considerare nel suo orario di lavoro. L'insegnante non andrebbe lì per divertimento, ma per concorrere a trarre le consegunze di un lavoro educativo complessivo, di cui è stato parte. Si rischia più che mai il coinvolgimento? È possibile, ma in qualche modo può anche essere ritenuto necessario. Ricordiamoci della parola motivazione, che, in queste particolari attività, è una componente importante di operatività. Vorrei concludere, citando un caso concreto e ritornando con esso ad un argomento già trattato: quello del possibile conflitto fra lo svolgimento delle attività trattamentali e la ammissione alle misure alternative. Il caso concreto: negli atti della osservazione, per decidere della ammissione di un detenuto ad una misura alternativa, viene posto in evidenza un problema: quello di scegliere tra completare l'anno di insegnamento in carcere e passare subito all'esterno in misura alternativa. Nel caso, il discorso poteva anche essere semplice. L'ammissione alla misura alternativa poteva lasciare qualche perplessità, perplessità che avrebbero potuto essere superate una volta che si poteva prendere atto del compimento di una tappa del percorso riabilitativo di crescita personale (cioè, la conclusione dell'anno di studio). Ma se questo caso poteva essere risolto, resta la questione: la prospettiva della libertà attraverso le misure alternative ha talvolta bruciato la possibilità di utilizzare il carcere come una fase costruttiva del percorso di una persona. Il momento penitenziario è vissuto in qualche modo come un'area di parcheggio temporaneo in attesa del decollo delle misure alternative. Le misure alternative hanno come effetto di ritorno quello di rendere in qualche misura sempre più inutile il carcere. Se i tempi del carcere diventano tempi troppo brevi in attesa delle misure alternative, allora possono servire a poco. È vero che non si deve generalizzare e che talvolta gli aspetti concreti dei casi ci levano d'impaccio (ricordiamoci che la misura alternativa non è libertà totale, ma libertà in prova controllata, legata a particolari prescrizioni). Lascio comunque aperta la questione. La risposta alla stessa potrebbe essere la via per liberarci dalla necessità del carcere, come in passato si è detto generosamente? Non mi sembra che possiamo oggi liberarci da questa necessità, anche se Pavarini ci ha fatto intravedere la strada. Il carcere c'è e resta aperta la questione che si è detta, la contraddizione che rivela: noi si deve gestirla, come si usa dire.
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