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I lavori di un seminario nazionale
La Direzione Generale dell'Istruzione Secondaria di I Grado
e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria hanno promosso un Seminario
Nazionale di formazione integrata del personale delle due amministrazioni
che opera negli Istituti Penitenziari. L'organizzazione del seminario, che
si è tenuto a Roma dal 7 al 10 settembre, è stata affidata ad
un Gruppo di progetto presieduto da Grazia Napoletano, preside della scuola
media "G.Borsi" di Roma, che da diversi anni gestisce la sperimentazione dei
corsi per adulti nel carcere di Rebibbia e attualmente coordina il Centro
Territoriale, al quale afferiscono anche le attività di EdA che si
svolgono nel carcere.
Il seminario, a cui hanno partecipato docenti dell'EdA, capi d'istituto, direttori
degli Istituti Penitenziari, educatori, ispettori di polizia penitenziaria,
rappresentanti degli IRRSAE e dei Provveditorati Regionali dei DAP, ha rappresentato
una prima, importante occasione a livello nazionale, finalizzata a promuovere
la collaborazione tra personale con ruoli, competenze e culture professionali
diverse, che opera in un contesto particolarmente problematico.
L'intento è stato quello di sottoporre ad analisi ed approfondimento,
attraverso il confronto, alcune questioni-chiave riguardanti l'istruzione
e la formazione di adulti detenuti, quali: l'analisi dei bisogni formativi,
il patto formativo, i percorsi di formazione, le possibili integrazioni tra
istruzione, formazione e lavoro, il problema dei detenuti stranieri.
La finalità di realizzare uno scambio e di costruire una progettualità
comune ha rappresentato una sfida e un'opportunità che definirei sicuramente
formativa e di crescita per gli adulti coinvolti nella partecipazione attiva
al seminario, i cui lavori sono stati suddivisi in tré sessioni parallele:
- La promozione e l'organizzazione dei percorsi formativi
- La formazione dei detenuti stranieri
- I percorsi di formazione integrata.
L'ottica dell'integrazione
Mi limiterò qui a svolgere alcune considerazioni
in merito al tema proposto dall'ultima sessione, che è stata
affidata all'equipe - di cui la sottoscritta fa parte - che opera presso la
Regione Emilia Romagna in collaborazione con l'IRRSAE-ER e che da alcuni mesi
si occupa delle problematiche connesse all'integrazione dei due sistemi, quello
dell'istruzione e quello della formazione professionale, in maniera congiunta
e con modalità di collaborazione attiva, nell'intento di costruire
una cultura comune a partire da professionalità anche in questo campo
diverse.
Mi sembra che si debba in primo luogo partire dalla constatazione di difficoltà,
resistenze e meccanismi di difesa posti in atto da parte degli insegnanti
degli adulti di fronte alla massiccia invasione nell'EdA del linguaggio e
delle modalità praticate dalla formazione professionale; difficoltà
ad accettare anche la logica esclusiva della formazione continua; bisogno
di continuare ad affermare l'importanza dell'EdA come educazione permanente,
come costruzione cioè di diritti di cittadinanza per le fasce deboli.
Mi pare, quindi, che sarebbe opportuno tentare di delineare un possibile quadro
culturale della nuova professionalità docente, tenendo conto di queste
premesse e mediando tra le proposte che vengono dalla formazione professionale
- curricoli fondati su unità formative capitalizzabili (UFC) e finalizzati
alla costruzione di profili professionali e di competenze che garantiscano
l'occupabilità - e modalità più flessibili, meno strutturate
e più attente ai bisogni di risocializzazione, alla domanda di una
cultura di base e ai fondamentali diritti di cittadinanza, che provengono
dalla tradizione dell'EdA nel sistema scolastico.
In questo compito di mediazione che la nuova professionalità docente
dovrebbe assumere, lo snodo strategico mi sembra possa essere il concetto
di "competenza" elaborato dall'ISFOL.
Sono, in particolare, le competenze di base e trasversali quelle su
cui la scuola è chiamata a concentrare il suo intervento; nel contesto
socioculturale attuale esse costituiscono, infatti, requisiti di cittadinanza
(in quanto fondamentali per il superamento di tutti gli "analfabetismi") e
contemporaneamente requisiti di occupabilità, poiché consentono
di controllare un insieme di conoscenze, strumenti e linguaggi necessari quanto
le competenze tecnico-professionali e a completamento di queste.
Bisogna poi mantenere presente sullo sfondo il contesto particolare del carcere,
in cui il docente EdA opera, e la necessità di garantire la qualità
e la significatività del suo intervento formativo. Il carcere, luogo
nel quale agiscono più sistemi formativi, potrebbe rappresentare il
territorio emblematico in cui realizzare la sperimentazione dell'integrazione.
Le finalità dell'integrazione nel contesto
del carcere
Nel nostro caso, nel contesto specifico in cui ci troviamo,
i due termini "formazione e istruzione" - già di per sé pregnanti
- si caricano di una valenza particolarmente intensa sotto il profilo sociale
e identitario. Compito di progetti integrati che nascono all'interno di un
carcere sarà, infatti, non solo quello di garantire un'istruzione di
base efficace e di costruire ipotesi di occupabilità delle persone,
ma anche di favorire un loro inserimento positivo nel contesto civile e sociale,
il che significa suscitare nelle persone processi di riflessione sul sé
e di ridefinizione del proprio modo di stare nella società, a contatto
con gli altri.
Rispetto a questo compito mi sembra che si debba cercare di dare risposta
ad alcune domande di fondo:
- Come si colloca la professionalità docente, quale
spazio può occupare all'interno di un sistema così complesso?
- Quali responsabilità sarà in grado di assumere e con quali
caratteristiche potrà operare, dovendo anche cercare di individuare
una via intermedia tra la sua vocazione all'educazione permanente e le nuove
necessità di formazione continua work oriented.
- Quale rapporto dovrà svilupparsi tra la professionalità
docente e quella degli operatori che con diversi compiti, competenze e finalità
agiscono nel contesto?
- Quanto è terreno comune agli uni (i docenti) e agli altri (tutti
gli altri operatori che agiscono nel carcere) e quanto questo terreno comune
può estendersi attraverso azioni cooperative?
Le domande pongono sicuramente due ordini di problemi, il
primo dei quali riguarda gli aspetti relativi al nuovo quadro culturale
della professionalità docente (cui si faceva cenno prima), e il
secondo è riferibile alle difficoltà della progettazione
in un sistema complesso.
Per cercare di orientarsi all'interno di queste due aree problematiche
e di individuare possibili soluzioni, ritengo possa essere utile la lettura
di questi due saggi: il testo di G.F.Lanzara, Capacità negativa,
Bologna, il Mulino, 1993, e l'ultima produzione di M.Lichtner, La qualità
delle azioni formative, Milano, F.Angeli, 1999.
Il primo libro è stato per me un incontro fortuito e fortunato al tempo
stesso, dal momento che in esso si affronta per l'appunto il problema della
progettazione nelle organizzazioni complesse - ma anche nella vita quotidiana
- quando culture professionali, punti di vista e finalità delle persone
non sono coincidenti. Il saggio di Lanzara suggerisce indicazioni utili a
considerare la progettazione come "processo di esplorazione e di ricerca collettiva",
in cui il problema-chiave sta in molti casi nella ricerca di un coordinamento
efficace e di una soluzione condivisa dei problemi. In tale processo, che
si connota appunto per il suo carattere esplorativo e creativo, il lavoro
di mediazione non si sforza di ignorare la conflittualità esistente
in un ambiente in cui si evidenziano interessi misti. Quindi se il problema
è quello della scelta collettiva (che presuppone finalità negoziate
e poi condivise) e se il contesto in cui si opera è fortemente segnato
- come lo è - dai significati che gli attori attribuiscono ai propri
e agli altrui comportamenti, è importante che le informazioni che circolano
siano, per quanto possibile, chiare e finalizzate alla riduzione dell'incertezza.
Molto del successo della progettazione dipenderà dalla qualità
dell'interazione e dalla competenza comunicativa degli attori. Sarà
perciò compito anche del docente chiarire a se stesso e agli altri
le finalità che egli si propone e i significati che attribuisce alla
propria azione, ed è auspicabile che nel corso della ricerca collettiva
vi sia reciprocità.
Il secondo libro, quello di Maurizio Lichtner, era un evento atteso; devo
dire molto sinceramente che esso ha superato le mie aspettative e che mi è
stato di grande aiuto nella ricerca di una soluzione al problema dell'identità
professionale del docente EdA. In particolare alcuni passaggi del testo che
riguardano il processo formativo e il valore intrinseco dell'azione educativa
e che si richiamano all'opera di J.Dewey, Democrazia e educazione,
mi sono sembrati illuminanti per la solidità delle argomentazioni su
cui il docente EdA potrebbe fondare la propria identità professionale,
non in opposizione, ma a complemento dei nuovi compiti suggeriti dalle ricerche
sviluppatesi nell'ambito della F.P. e dalle nuove esigenze poste dalle politiche
del lavoro.
Cito per maggior chiarezza un unico passo del libro di M. Lichtner che mi
pare meriti attenzione e nel quale credo che i docenti dell'EdA riconosceranno
le radici della loro cultura professionale:
"L'attività didattica non può essere vista
solo come mezzo rispetto a un fine esterno che si raggiunge successivamente
(il lavoro, il titolo di studio); deve svilupparsi una motivazione intrinseca,
nel senso che la formazione deve essere vissuta come un'occasione di chiarificazione
e di riprogettazione di sé, di ripresa di un itinerario, di crescita
personale, anche prescindendo dal risultato pratico che ci si aspetta, e per
il quale si è entrati in formazione. E come dire che ciò che
inizialmente è stato accettato come mezzo, mentre viene vissuto si
autonomizza, e viene percepito, almeno finché vi si è
coinvolti, come fine".
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