MATERIALI

RIFLESSIONI SU ESPERIENZE
DI EdA NELLE CARCERI

 
 



La scuola EDA per gli agenti di polizia penitenziaria

di Paolo Bendinelli e Pietro Cappè

(tratto dalla rivista Percorsi, Anno XII, Settembre 1999)

 
 
 

Premessa

Di fronte alle perplessità che questa proposta ha suscitato e suscita crediamo sia utile interrogarci sul senso di un tale intervento Eda. La categoria degli agenti di P.P, poco più di quarantamila persone, rappresenta un settore che, nella maggior parte delle carceri, è stato sostanzialmente trascurato dalla Scuola: alcuni docenti e presidi sostengono che sia comunque necessario privilegiare, nel momento della dislocazione di risorse umane ed economiche limitate, l'intervento verso le fasce più deboli, che nel carcere sono rappresentate dai detenuti.
La nostra valutazione è diametralmente opposta pur partendo da una premessa comune: proprio l'obiettivo di migliore le condizioni "trattamentali" a cui sono sottoposti i reclusi e il clima generale in cui devono vivere una parte della loro esistenza ci convince della necessità di promuovere un'azione culturale per gli agenti (non necessariamente o soltanto la scuola: può trattarsi dell'apertura di una biblioteca, della messa in funzione di un centro culturale, ecc.), azione culturale che può essere giustificata da diversi fattori. Sinteticamente:

1. Gli agenti sono lavoratori dello Stato, sottoposti mediamente ad un notevole logoramento psicofisico a causa del contesto in cui operano e delle condizioni di esercizio della propria attività.
2. Il ruolo per loro configurato dalla normativa assegna oggi un'importanza e una responsabilità maggiori che nel passato: richiede il miglioramento della professionalità e delle competenze individuali.
3. La gestione del sistema-carcere è strettamente legata alle modalità relazionali e comunicative che gli agenti sapranno adottare.
4. Lo stesso funzionamento della Scuola nel carcere è parzialmente condizionato/determinato dalla tipologia di agenti con cui si trova in contatto.

Per questi motivi invitiamo i colleghi a riflettere sui paragrafi seguenti, i quali costituiscono lo scheletro della proposta per una scuola agenti ad Opera e, a nostro parere, sono utilizzabili anche in altre situazioni carcerarie.
Abbiamo lasciato alcuni dati specifici del nostro carcere (essi vengono fomiti dall'amministrazione interna su richiesta della scuola, perciò sono facilmente recuperabili anche negli altri istituti di pena) per documentare gli elementi a sostegno delle considerazioni più generali: i dati sono rilevabili immediatamente dal punto a margine.

Il contesto

      • Nell'Istituto Penitenziario di Opera attualmente l'organico della Polizia Penitenziaria è composto da 682 agenti, dei quali 54 sono donne. Presso gli uffici amministrativi lavorano 56 agenti (di cui 1 con licenza elementare, 28 con licenza media e 27 col diploma superiore). Il personale del Comparto Ministero - personale civile- è composto di 43 persone di cui 29 infermieri.
      • I dati sui trasferimenti degli ultimi due anni segnalano, per il 1996, 176 agenti trasferiti con reintegrazione totale e, nel 1997, 50 agenti trasferiti, quasi tutti reintegrati: è possibile prevedere che una quota annuale di richieste di trasferimento continui a presentarsi per l'alto numero di agenti in situazione di immigrazione.
      • Il livello di scolarità approssimativamente si aggira intorno al 3% in possesso di licenza elementare, al 61% in possesso di licenza media, al 36 % in possesso di diploma superiore. Per quanto riguarda l'età il 30% non supera i 25 anni, il 60% si colloca tra i 25 e i 35 anni, il 10% sopra i 35 anni.

    Il Corpo ha sempre avuto tra i suoi compiti istituzionali quello di assicurare l'esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale e quello di garantire l'ordine all'interno degli istituti di pena, tutelandone la sicurezza. È necessario ricordare che sia le condizioni in cui si svolge il lavoro - condizioni di segregazione- sia il contatto con una utenza spesso di difficile gestione, rendono notevolmente gravoso e logorante il lavoro dell'agente, soprattutto dal punto di vista psicologico. Capita che l'agente debba intervenire nella cella in cui un detenuto, magari sieropositivo, si sta tagliando il braccio con una lametta e tranquillizzarlo con molta prudenza per evitare che la situazione peggiori; oppure che debba stare sveglio fino all'alba per calmare e controllare un detenuto in fase depressiva. Questi sono alcuni degli esempi di cui è costellata la vita lavorativa dell'agente. La presenza di detenuti di diversi etnie comporta poi spesso per l'agente l'ulteriore difficoltà sia di capire che di farsi capire: il rapporto col recluso straniero è un problema di lingue diverse ma è soprattutto dipendente dalla conoscenza di culture diverse, rispetto alle quali l'istituzione deve rapidamente attrezzarsi.


Il nuovo profilo professionale

Con la legge 395 del 1990 ha luogo un notevole cambiamento all'interno della categoria: veniva sciolto il vecchio Corpo degli agenti di custodia, e si costituiva un Corpo civile, facente parte delle forze di Polizia e dipendente dal Ministero di Grazia e Giustizia. Inoltre, fatto da sottolineare per le implicazioni che comporta, l'art. 5 della legge ampliava il mansionario dell'agente riconoscendone la partecipazione "anche nell'ambito di gruppi di lavoro, alle attività di osservazione e di trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati...".
Il ruolo dell'agente all'interno della struttura è quindi diventato sempre più importante: egli è infatti la persona che più a lungo si trattiene nelle sezioni, che più a lungo ha contatti con i reclusi durante lo svolgimento quotidiano delle diverse attività, che è presente la notte e durante le festività. Quindi frequenta gli stessi spazi ed è soggetto, in una certa misura, ai ritmi - sveglia, colazione, aria, passeggio, pranzo, attività, aria pomeridiana, socializzazione, cena, chiusura celle, notte- che l'organizzazione interna predispone. Si capisce perché il legislatore abbia introdotto la figura dell'agente all'interno dell'area trattamentale: questo fatto significa un aumento di responsabilità e la necessità di migliorare ed accrescere le competenze dell'agente stesso.


Bisogni formativi

L'importanza e la delicatezza del ruolo dovrebbero necessariamente prevedere un costante aggiornamento affinché si creino occasioni frequenti per confrontare, riflettere e progettare il miglioramento del proprio lavoro. Per l'agente diventa assolutamente necessario approfondire il tema della comunicazione e della relazione interpersonale, a ragion maggiore in una situazione che vede la crescita esponenziale della componente straniera. Siamo d'altronde convinti che i fattori centrali per la creazione, il mantenimento e la crescita di un clima senza tensioni e risocializzante all'interno delle carceri sono costituiti dalle capacità nuove di cui il Corpo saprà dotarsi. Purtroppo lo Stato non ha finora proposto (se non in maniera ridotta e parziale) offerte formative tali da coinvolgere l'intera categoria affinché potesse migliorare le conoscenze professionali e contemporaneamente il proprio livello culturale.
Per esempio, dal 1996 nell'Istituto di Opera si sono realizzati i seguenti corsi: corso di lotta antincendio/pronto soccorso con utenti 7, corso sulla comunicazione con utenti 11, corso D.L 626 per la sicurezza con utenti 7, corso sulle tossicodipendenze con utenti 9, per un totale di 34 persone su 682 , e questo negli ultimi tre anni.


Il progetto educativo

Le finalità educative della O.M 455 restano l'orizzonte teorico verso cui far dirigere il percorso formativo: flessibilità cognitiva, visione sistemica, relativizzazione dei punti di vista, imparare ad imparare, auto-valutazione rappresentano la cornice entro cui organizzare le attività didattiche.
L'inchiesta condotta attraverso un questionario somministrato agli agenti e due incontri con un centinaio di essi hanno consentito di individuare le aree di intervento di una futura scuola EDA per agenti di Polizia Penitenziaria: in primo luogo l'informatica (con tre livelli diversi di proposta, un livello iniziale per coloro che non conoscono alcunché del computer, un livello medio e un livello in cui si affronti anche Internet), in secondo luogo la lingua inglese, poi educazione linguistica, scienze, comunicazione, tecniche di rilassamento, musica, ballo. Il laboratorio di informatica verrà gestito insieme con gli esperti del Centro Professionale Vigorelli della Regione Lombardia.
L'interesse della proposta deriva in primo luogo dal rispondere alle richieste che la nuova professionalità comporta ( in particolare uso del computer, lingua straniera, innalzamento dei livelli delle conoscenze di base) e parimenti nell'affrontare le problematiche centrali dell'attività quotidiana dell'agente ( in particolare comunicazione e tecniche di rilassamento). Questa varietà di indirizzi viene globalmente inserita all'interno della valenza educativa dell'EDA, cioè finalizzata all'accrescimento dell'autonomia e consapevolezza del soggetto. Più di settanta agenti hanno già dato la loro adesione per quanto riguarda l'iscrizione alla scuola EDA.


Realizzazione

L'attuazione del progetto di scuola EDA per agenti rappresenta un fondamentale momento di carattere educativo in cui diverse istituzioni (Scuola, Direzione dell' Istituto, F.P, Direzione Agenti, Sindacati) operano in maniera unitaria per predisporre l'organizzazione, gli spazi, i tempi, gli strumenti necessari. La competenza del personale docente coinvolto, la capacità di coordinamento e di azione che esso saprà realizzare sono la condizione per prevedere un risultato positivo. In concreto a nostro parere significa predisporre un organico docenti - già esperto Eda - che sia in possesso delle competenze disciplinari, mirate sul progetto che viene elaborato.
Ad Opera abbiamo richiesto, per far partire il modulo agenti, un totale di quattro docenti: due insegnanti di lettere, in possesso anche di competenze di informatica, di tecnica di comunicazione e di rilassamento, e due insegnanti di inglese.